Baritono CARLO GALEFFI Ovvero sua MAESTA’

 

Collezione Privata Chiucini

Di Carlo Galeffi è stato scritto molto, E .Gara, R .Celletti, A. Marchetti, per cui mi limiterò a riportare notizie di recite, foto e registrazioni con i miei commenti da melomane incallito. Nasce a Malamocco il 4 giugno 1884 muore a Roma il 22 settembre 1961. Debutta a Roma il 18 ottobre 1903 al teatro Quirino “appena ventenne” in Lucia di Lammermoor, otto mesi più tardi sempre nel solito teatro in Rigoletto personaggio che sarà il suo marchio indelebile. Il baritono Galeffi è stato ammiratissimo sia per la sua bella voce, che egli sa sapientemente adattare a tutte le esigenze dell’espressione, sia per la sua correttezza scenica. Specialmente nella scena della morte, egli riscosse applausi calorosi. “Da il Teatro Illustrato 1912 ” Galeffi aveva solo 28 anni, in quel periodo erano ancora in attività Ancona, Giraldoni, Battistini, Sammarco, Scotti, altri erano al massimo della loro straordinaria vita artistica, Ruffo, Viglione Borghese, Bellantoni, Stracciari, Danise, Amato, De Luca. Un << divo >> : cioè un vero, un grande artista. Artista nel senso più lato della parola. L’arte del canto ha nel Galeffi uno dei più ferventi, dei più autorevoli cultori. Il grande baritono ha un organo vocale assolutamente di eccezione. Non soltanto è difficile trovare oggi una voce che possa competere con la sua, ma anche riandando con la mente, ai cantanti più illustri del passato, – e nel passato si cantava assai di più difficilmente – si riesce a trovare un suo emulo. Voce straordinaria, adunque, e temperamento naturalmente disposto al canto e alla scena. Le sue interpretazioni – che sono tante, quante le opere del repertorio corrente – sono giustamente stimate esempi che gli artisti tutti dovrebbero imitare. Carlo Galeffi ha percorso rapidamente la carriera del trionfatore. Egli si è familiarizzato subito con la gloria. Poco tempo dopo il suo debutto lo troviamo acclamato e celebre. E se dovessimo seguirlo attraverso i teatri che egli ha riempito delle sue note poderose attraverso le platee che egli ha fatto scattare d’entusiasmo, noi dovremmo passare in rassegna tutte le grandi rappresentazioni che sono state date nei maggiori teatri del mondo, in questi ultimi anni. Non possiamo ricordare fidandoci della memoria neppure i suoi ultimi teatri : sappiamo preventivamente che nella enumerazione sarebbero molte e gravi lacune. Ricordiamo soltanto poi che l’avvenimento è di ieri, che al Donizetti di Bergamo in una stagione memorabile egli è stato un Rigoletto potente. Egli dopo essere stato ospite nell’anno volgente dei maggiori teatri italiani, Costanzi di Roma, Fenice di Venezia, Regio di Parma, Politeama fiorentino, ecc. sarà alla Scala nell’imminente stagione, e canterà il Don Carlo, la Salomè, l’Amore dei tre re, la nuovissima ed attesa opera del Maestro Montemezzi. “Il Teatro Illustrato del 15 Ottobre 1912” – Salomè alla Scala, il baritono Galeffi, artista sempre coscienzioso e sicuro, sà dare un bellissimo rilievo al personaggio di <<Iokanahan>>. Il suo canto, ben modulato, dagli effetti sobri e misurati, è molto gustato dal pubblico. “Il Teatro Illustrato del 1 Novembre 1912” – “Lohengrin” alla Scala. La Scala aveva assolutamente bisogno di un grande successo per eliminare – almeno in parte – la non lieta impressione degli spettacoli  iniziali. Il successo c’è stato : quello del Lohengrin. Il baritono Galeffi ha dato alla parte di “Telramondo” tutto il contributo dei suoi meravigliosi mezzi vocali : ed ha composto il personaggio con fine intelligenza. “Il Teatro Illustrato del 1 dicembre 1912”. Carlo Galeffi ha profuso i tesori della sua voce a Parma, nel Rigoletto. Il successo del giovane e già celebrato baritono è stato grandioso. Il Gazzettino, L’Adriatico, La Difesa, La Gazzetta ecc. giornali di Venezia, nella cronaca della prima del Don Carlos alla Fenice dichiararono all’unanimità che non si poteva avere un interprete migliore di Carlo Galeffi nella parte del Marchese di Posa. – Fu magnifico per figura, per voce, per canto, signorile e maestoso quale all’aristocratico personaggio si conviene, efficacie nei punti salienti. Alla frase “La pace dei sepolcri” alla fine del terzo atto, suscitò un entusiasmo delirante, che lo obbligò a presentarsi solo per cinque volte alla ribalta. Il trionfo fu solenne ed indimenticabile. L’impresa alla sua penultima serata per manifestargli la sua riconoscenza gli fece omaggio di un bellissimo cronometro d’oro con iniziali e dedica. Anche al Politeama di Firenze Carlo Galeffi il baritono dalla voce eccezionale per bellezza e potenza, dall’accento mirabilmente espressivo, dall’intuizione penetrante e impeccabile, ha trascinato il pubblico a dimostrazioni di sincero entusiasmo, con l’interpretazione superba, commovente, insuperabile della parte del protagonista nel Rigoletto.

Giacomo lauri Volpi di lui scrive: Voce verdiana per antonomasia: sferica, vellutata, patetica e, a un momento dato, insurrezionale e tonante, da dare l’impressione di una voce plurima. Per quanto pensi a quelle che oggi vanno per la maggiore, non una può compararsi alla voce monumentale di Galeffi. Alla magnificenza e alla munificenza della voce, egli associava inoltre un’arte scaltrita, una previdente distribuzione di colori non che il dominio assoluto della tavolozza policroma che madre natura e lo studio assiduo gli avevano fornito. (<< Musica e dischi >>, n. 26. <<Ho fatto di tutto per dare grande rilievo di sonorità all’orchestra coi timpani, gli ottoni e perfino col tam-tam. Ciò nonostante, quando lei dice a Minnie: “Sei fiera, vuoi serbarti a lui…” la sua voce domina imponente su tutti gli strumenti ! >>. (Puccini a Galeffi, in occasione della prima scaligera della <<Fanciulla del West >>). Qualcosa di tragico, di tragicamente scespiriano si impossessava di lui quando rivestiva i panni dello sciancato buffone del Duca di Mantova. Ascoltarlo nel breve dialogo con Sparafucile o seguirlo nello scontro furibondo e impotente con i cortigiani, era un insegnamento prezioso. Condividerne i paterni affetti in << Piangi, piangi, fanciulla >>, era una liberazione dell’animo oppresso. Magnifico sempre. Ma ancora terrificante per l’impegno pauroso degli accenti e la scatenata violenza degli atteggiamenti, appariva soltanto al << Si, vendetta >>, ch’egli pronunciava avanzando quasi di soppiatto verso il boccascena, come a maledire un nemico invisibile che fosse tra noi, in platea. Come a percuotere nel vuoto di un groviglio fatale. Grande, indimenticabile artista. Non voce d’oro, ma di fuoco. Franco Abbiati << Corriere della Sera >>, 23 settembre 1961. Per circa 30 anni è stato in cartellone alla Scala, nessun altro artista è riuscito in questa straordinaria “vita scaligera” . Le opere del suo repertorio sono state 67.

 

 

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