Baritono CARLO GALEFFI Ovvero sua MAESTA’

 

Collezione Privata Chiucini

Di Carlo Galeffi è stato scritto molto, E .Gara, R .Celletti, A. Marchetti, per cui mi limiterò a riportare notizie di recite, foto e registrazioni con i miei commenti da melomane incallito. Nasce a Malamocco il 4 giugno 1884 muore a Roma il 22 settembre 1961. Debutta a Roma il 18 ottobre 1903 al teatro Quirino “appena ventenne” in Lucia di Lammermoor, otto mesi più tardi sempre nel solito teatro in Rigoletto personaggio che sarà il suo marchio indelebile. Il baritono Galeffi è stato ammiratissimo sia per la sua bella voce, che egli sa sapientemente adattare a tutte le esigenze dell’espressione, sia per la sua correttezza scenica. Specialmente nella scena della morte, egli riscosse applausi calorosi. “Da il Teatro Illustrato 1912 ” Galeffi aveva solo 28 anni, in quel periodo erano ancora in attività Ancona, Giraldoni, Battistini, Sammarco, Scotti, altri erano al massimo della loro straordinaria vita artistica, Ruffo, Viglione Borghese, Bellantoni, Stracciari, Danise, Amato, De Luca. Un << divo >> : cioè un vero, un grande artista. Artista nel senso più lato della parola. L’arte del canto ha nel Galeffi uno dei più ferventi, dei più autorevoli cultori. Il grande baritono ha un organo vocale assolutamente di eccezione. Non soltanto è difficile trovare oggi una voce che possa competere con la sua, ma anche riandando con la mente, ai cantanti più illustri del passato, – e nel passato si cantava assai di più difficilmente – si riesce a trovare un suo emulo. Voce straordinaria, adunque, e temperamento naturalmente disposto al canto e alla scena. Le sue interpretazioni – che sono tante, quante le opere del repertorio corrente – sono giustamente stimate esempi che gli artisti tutti dovrebbero imitare. Carlo Galeffi ha percorso rapidamente la carriera del trionfatore. Egli si è familiarizzato subito con la gloria. Poco tempo dopo il suo debutto lo troviamo acclamato e celebre. E se dovessimo seguirlo attraverso i teatri che egli ha riempito delle sue note poderose attraverso le platee che egli ha fatto scattare d’entusiasmo, noi dovremmo passare in rassegna tutte le grandi rappresentazioni che sono state date nei maggiori teatri del mondo, in questi ultimi anni. Non possiamo ricordare fidandoci della memoria neppure i suoi ultimi teatri : sappiamo preventivamente che nella enumerazione sarebbero molte e gravi lacune. Ricordiamo soltanto poi che l’avvenimento è di ieri, che al Donizetti di Bergamo in una stagione memorabile egli è stato un Rigoletto potente. Egli dopo essere stato ospite nell’anno volgente dei maggiori teatri italiani, Costanzi di Roma, Fenice di Venezia, Regio di Parma, Politeama fiorentino, ecc. sarà alla Scala nell’imminente stagione, e canterà il Don Carlo, la Salomè, l’Amore dei tre re, la nuovissima ed attesa opera del Maestro Montemezzi. “Il Teatro Illustrato del 15 Ottobre 1912” – Salomè alla Scala, il baritono Galeffi, artista sempre coscienzioso e sicuro, sà dare un bellissimo rilievo al personaggio di <<Iokanahan>>. Il suo canto, ben modulato, dagli effetti sobri e misurati, è molto gustato dal pubblico. “Il Teatro Illustrato del 1 Novembre 1912” – “Lohengrin” alla Scala. La Scala aveva assolutamente bisogno di un grande successo per eliminare – almeno in parte – la non lieta impressione degli spettacoli  iniziali. Il successo c’è stato : quello del Lohengrin. Il baritono Galeffi ha dato alla parte di “Telramondo” tutto il contributo dei suoi meravigliosi mezzi vocali : ed ha composto il personaggio con fine intelligenza. “Il Teatro Illustrato del 1 dicembre 1912”. Carlo Galeffi ha profuso i tesori della sua voce a Parma, nel Rigoletto. Il successo del giovane e già celebrato baritono è stato grandioso. Il Gazzettino, L’Adriatico, La Difesa, La Gazzetta ecc. giornali di Venezia, nella cronaca della prima del Don Carlos alla Fenice dichiararono all’unanimità che non si poteva avere un interprete migliore di Carlo Galeffi nella parte del Marchese di Posa. – Fu magnifico per figura, per voce, per canto, signorile e maestoso quale all’aristocratico personaggio si conviene, efficacie nei punti salienti. Alla frase “La pace dei sepolcri” alla fine del terzo atto, suscitò un entusiasmo delirante, che lo obbligò a presentarsi solo per cinque volte alla ribalta. Il trionfo fu solenne ed indimenticabile. L’impresa alla sua penultima serata per manifestargli la sua riconoscenza gli fece omaggio di un bellissimo cronometro d’oro con iniziali e dedica. Anche al Politeama di Firenze Carlo Galeffi il baritono dalla voce eccezionale per bellezza e potenza, dall’accento mirabilmente espressivo, dall’intuizione penetrante e impeccabile, ha trascinato il pubblico a dimostrazioni di sincero entusiasmo, con l’interpretazione superba, commovente, insuperabile della parte del protagonista nel Rigoletto.

Giacomo lauri Volpi di lui scrive: Voce verdiana per antonomasia: sferica, vellutata, patetica e, a un momento dato, insurrezionale e tonante, da dare l’impressione di una voce plurima. Per quanto pensi a quelle che oggi vanno per la maggiore, non una può compararsi alla voce monumentale di Galeffi. Alla magnificenza e alla munificenza della voce, egli associava inoltre un’arte scaltrita, una previdente distribuzione di colori non che il dominio assoluto della tavolozza policroma che madre natura e lo studio assiduo gli avevano fornito. (<< Musica e dischi >>, n. 26. <<Ho fatto di tutto per dare grande rilievo di sonorità all’orchestra coi timpani, gli ottoni e perfino col tam-tam. Ciò nonostante, quando lei dice a Minnie: “Sei fiera, vuoi serbarti a lui…” la sua voce domina imponente su tutti gli strumenti ! >>. (Puccini a Galeffi, in occasione della prima scaligera della <<Fanciulla del West >>). Qualcosa di tragico, di tragicamente scespiriano si impossessava di lui quando rivestiva i panni dello sciancato buffone del Duca di Mantova. Ascoltarlo nel breve dialogo con Sparafucile o seguirlo nello scontro furibondo e impotente con i cortigiani, era un insegnamento prezioso. Condividerne i paterni affetti in << Piangi, piangi, fanciulla >>, era una liberazione dell’animo oppresso. Magnifico sempre. Ma ancora terrificante per l’impegno pauroso degli accenti e la scatenata violenza degli atteggiamenti, appariva soltanto al << Si, vendetta >>, ch’egli pronunciava avanzando quasi di soppiatto verso il boccascena, come a maledire un nemico invisibile che fosse tra noi, in platea. Come a percuotere nel vuoto di un groviglio fatale. Grande, indimenticabile artista. Non voce d’oro, ma di fuoco. Franco Abbiati << Corriere della Sera >>, 23 settembre 1961. Per circa 30 anni è stato in cartellone alla Scala, nessun altro artista è riuscito in questa straordinaria “vita scaligera” . Le opere del suo repertorio sono state 67.

 

 

CURIOSITA’

Questa nuova pagina CURIOSITA’ inizia con un resoconto fatto personalmente, con riferimento ad un Annuario del Teatro Lirico Italiano del 1940.                           Teatri italiani così suddivisi: Enti Autonomi del teatro lirico n.10—Teatri lirici comunali n.52—Teatri lirici comunali minori n.317—Teatri lirici n.236—Altri teatri lirici n.562—Teatri all’aperto n.36. Inoltre i Conservatori licei istituti scuole musicali n.138—Società di concerti lirici e sinfonici n.131

Fac-simile: avviso del Teatro alla Scala

Fac-simile: avviso del teatro alla Scala

Fac-simile: manifesto del Teatro alla Scala

Questi quattro fac-simili sono ricavati dal capitolo “Storia della questione della Scala” da Annuario dell’Arte Lirica e Coreografia Italiana.——————————–    di G. A. Lombardo 1897-1898.

Tenore TITO SCHIPA “L’emozione”

Schipa Tito nato a Lecce il 2 gennaio 1888, morto a New York il 16 dicembre 1965. Allievo di A. Gerunda e E. Piccoli, debuttò al Teatro Politeama Facchinetti di Vercelli nel 1910 con la Traviata, proseguì la sua attività in altri teatri con le opere Sonnambula, Rigoletto, Mignon, Boheme. le quali in seguito contribuirono all’affermazione di Schipa. Con Tosca debutta al teatro Dal Verme di Milano nel 1912, l’anno successivo al Colon di Buenos Aires, e nel 1914 al teatro Costanzi di Roma in Don Pasquale, nello stesso anno al San Carlo di Napoli in Falstaff, M. Butterfly, e Marcella di Giordano. Nel 1915 al teatro Dal Verme di Milano, sotto la direzione di A. Toscanini, interpreta Traviata e Falstaff, questo gli valse l’ingresso al teatro alla Scala 1915-1916 con Il Principe Igor e Manon di Massenet. Dal 1917 i suoi successi lo portarono  nei più importanti teatri all’estero, Madrid, Barcellona, Lisbona, nel solito anno prese parte alla prima de la Rondine al teatro Casino di Montecarlo. Ormai la sua fama era tale che dagli Stati Uniti arrivarono le scritture per l’Auditorium di Chicago, ovviamente al Met. In questi teatri tornò spesso, oltre gli anni 20, anche degli anni 30 e 40. Il suo repertorio comprendeva, Elisir d’amore, Don Pasquale, Werther, Marta, Rigoletto, Lucia, Traviata, Barbiere, Don Giovanni, Sonnambula, Arlesiana di cui la sua interpretazione di Federico rimane unica. R. Celletti descrive Tito Schipa, con questa sua critica: “Schipa è stato il più eminente tenore di grazia del periodo 1920-40 e anche uno dei maggiori cantanti del nostro secolo (900) in senso assoluto. Tra i vari fattori che hanno contribuito ad assicurargli questa posizione di preminenza, figura in prima linea la personalità vocale. I suoni alquanto soffocati nei bassi e nelle prime note del medium, il volume limitato, l’estensione relativamente modesta del registro acuto (fino al si naturale nei primi anni, non altre il si bemolle poi) ben poco toglievano al fascino della sua voce, che era assolutamente inconfondibile per la delicatezza dello smalto, per le suggestive screziature esotiche dell’impasto vagamente gutturale e per la freschezza e la levigatezza che contraddistingueva ogni nota dalla zona superiore dei centri in poi. Si aggiunga a questa una tecnica così evoluta da rendere costante, nel canto di S., la presenza di tinte sfumate ed aeree, di trasparenze quasi metafisiche. Al tempo stesso, la perizia tecnica si traduceva in una sbalorditiva facilità e scorrevolezza d’emissione; di qui uno stile singolarissimo che lasciava alla parola << cantata >> le sue caratteristiche di penetrazione, nitore ed espansione, conferendole, tuttavia, la spontaneità e la naturalezza << parlato >>. La spigliatezza, l’arguzia e anche la carica sentimentale che  – a seconda dei personaggi incarnati – acquistava il fraseggio di S., coincidevano con un senso acutissimo dei vari stili musicali; e così, alla sapiente graduazione dell’accento faceva riscontro una simultanea, e non meno sapiente, graduazione dei tempi, ritmi, toni, inflessioni, intensità, vibrazioni”. Lo ricordo in un concerto di beneficienza al Gran Caffè Margherita di Viareggio nell’estate del 1963. Personalmente Schipa è il tenore che mi “emoziona” più di ogni altro, credo che la sua vocalità sia, la grande preparazione, e con essa la grande tecnica, ma la magia e il fascino della sua voce, penso sia un prodigio di madre natura. Schipa ha inciso moltissimi dichi 78 giri acustici, con la HMV 1913-14, Pathé 1916-19, Victor 1922-24, successivamente incisioni elettriche sempre con la Victor 1925-26-27-29, HMV 1932-33-34-37-38-39-42, inoltre ho nella mia collezione, un disco sempre 78 giri Durium, dove Schipa canta due canzoni napoletane, credo sia inciso negli anni 50. Dalla sua immensa discografia, ho scelto alcuni brani che sotto ascolterete: primo: 

Werther “O natura di grazia piena–Da una registrazione dal vivo dal teatro alla Scala 29-4-1934.

 si ascolti le parole iniziali “desto o sogno ancora” successivamente quel “celestial” e ancora “o natura di grazia piena”, di seguito “con umil cor” e “pace sovrumana” per finire “o natura, deh, m’inebria di splendor madre eterna casta e pura” <<tutte le vocali sono attaccate e chiuse con una maestria unica, la dizione è scolpita.>> …di seguito sempre Werther “Ah non mi ridestar” nella solita rappresentazione scaligera

UN AFFRESCO !!!

Terzo brano: Don Pasquale “Sogno soave e casto” reg. 10-9-1926

Quarto brano: Manon “Dispar vision” reg. 4-5-1934

Quinto brano: L’Elisir d’amore “Una furtiva lagrima” reg. 13-12-1928

Sesto brano: Arlesiana “E la solita storia”  Reg. 11-9-1928 – Da questi ultimi quattro brani si ascolta la voce di Schipa, dove ogni parola parte dal labbro, per cui spinge senza forzare, per dare colore, espressione, dizione, fraseggio, legato, e un gusto musicale unico.

settimo brano, Malia, del Maestro F. P. Tosti: reg. 15-9-1938 è interpretato da Schipa con struggente passione, si ascolti ” il mio core ha tremato”  di seguito “spunta un fiore ove passa ‘l tuo piè” più avanti il legato magistrale “se ninfa, se fata se una bionda parvenza sei tu”

l’ottavo brano, è dell’agosto 1963 al Gran Caffè Margherita di Viareggio, Schipa nonostante fosse alla soglia dei 75 anni, riascoltandolo, in questa straordinaria canzone napoletana, ritrovo l’emozione di allora.

 

 

 

 

“PAROLE SUE”

La musica è la rivelazione più sublime di ogni saggezza, di ogni filosofia; l’eterno, l’infinito, sono più accessibili a me nella arte, che in tutte le altre; essa è l’introduzione incorporea al mondo superiore del sapere, essa è il presentimento delle cose celesti.                                                                  L. Van Beethoven.

Vincenzo Bellini, italico genio che allieta perennemente l’anima e lo spirito di tutti i popoli.————- da BELLINI primo centenario dalla morte 1835-1935 unica pubblicazione.————- Baritono E. Faticanti 21-2-1935 Lyon. foto da:————————————————- Il Teatro Illustrato del 15 Aprile 1912——————————–

Parte di una serata di Bellini a Londra con la Malibran: B, ho una cosa da chiedervi, divina artista…M, Divino maestro, ne ho una anch’io! Voglio cantare io la vostra prossima opera…B. Ed io voglio scriverla per voi…Un Vecchio Lord, bevo a queste due meravigliose giovinezze! Maria ha vent’anni, Bellini trenta. L’avvenire meraviglioso li attende e Dio li benedice…Voi avete tutto, beniamini del destino; la gioventù, la gloria, l’amore…(Bellini piano alla Malibran) Sbaglia. Io non amo nessuno… O sì; amo già voi… M, Io ho, invece, un povero e triste amore…Quel povero violinista francese che vedete là in fondo alla tavola, silenzioso, già geloso di voi… B, perchè lo amate ? M, Mi ama lui… Si è disperatamente aggrappato a me…E se io lo lasciassi…(Il Violinista) Soffro a vederti accanto a lui…Andiamo via…B, in teatro: Vi amo follemente…M, anch’io…B, è stato un lampo, dal primo istante, M, (baciandogli la mano destra) Divina mano!…B, Che avete Maria? Non siete più con me…M, Ma si…Sono quì…Sono quì…Tutta vostra…B, (cingendole la vita) Lavorerò per voi…Vivremo insieme…La giovinezza, la gloria, l’amore noi abbiamo, come dice il Vecchio Lord…Tutto. Voi cercavo, da anni, voi aspettavo…M, (la testa abbandonata su la spalla di Bellini) Anch’io…Anch’io…(Ed è, fra loro, il primo bacio…)B, Verrete a Parigi con me, mia divina Maria?…M, Verrò…Più tardi…B, Più tardi, per non lasciare lui…M, No. Non è giusto…Qui devo cantare…B, al violinista, Non abbiate più paura di me, mio povero ragazzo…E’ una visita di congedo, la mia. Parto. Vado a Parigi. Il violinista; Oh, se voi sapeste, maestro…E’ la mia vita! E se voi me l’aveste tolta, con la vostra gloria, che sarebbe stato di me? B, Andate, Beriot, a suonare di là…Io la saluto e vi ridò la vostra pace, la vostra felicità…B, (mettendogli le mani su le spalle)…E’ un grande sacrificio che faccio per voi…Nel lasciarla capisco come si possa follemente amarla…Il violinista, lasciatemi andare…Eccola…(svincolandosi e fuggendo), (E Bellini e la Malibran, uscito Beriot, follemente si stringono, in un lungo bacio)…Poi Bellini si scioglie per il primo…B, Addio, Maria…M, Partite?…B, Per Parigi, questa sera…M, E’ necessario?…B, Non è necessario. E’ indispensabile. Voi non sareste mia col rimorso d’avere lasciato quell’altro. E siete troppo buona per amare nel male…M, E’ vero…E’ vero…B, Vado dunque a lavorare per voi…Vi preparerò una grande opera nuova…E ci ameremo così, da lontano, nella musica…Nella “nostra” musica…(la conduce alla spinetta). Apre sul leggio lo spartito di un’opera sua…E la Malibran canta accompagnata da Bellini finchè la divina melodia non si conclude in un bacio sublime dal quale Bellini si scioglie un’altra volta per il primo, risoluto…) B, Devo avere io coraggio, molto coraggio, per tutt’e due…(Il violinista Beriot si ritira, sconvolto, dalla porta attraverso la quale ha tutto ascoltato e veduto…) B, Ho avuto due grandi amori: uno sentimentale, da ragazzo, a Napoli; uno carnale, da uomo, a Milano. E questo sarà il più grande, l’amore spirituale, quello per voi Maria, che m’accompagnerà sino alla vecchiaia, che mi farà lavorare, che darà ogni luce all’anima mia…(Un ultimo bacio fra l’innamorati. Poi Bellini fugge e su la porta, già per uscire, si volta ancora alla donna). B, Addio, Maria Malibran …Vi adoro…(Maria cade, abbandonandosi su una poltrona…in anticamera Bellini sospinge il violinista.) — da: BELLINI nel primo centenario dalla nascita 1835-1935 – Pubblicazione numero unico. ——–        Lucio D’Ambra

    

   La musica della Sonnambula è senza ne modello ne imitatori.  ———      Rossini

La più grande arte è il saper vivere !     (soprano)    Salomea Kruceniski Riccioni. la frase scritta, da (collezione Privata)——————————————————————————Foto da: Rivista dei Teatri del 20 Marzo 1915  ——————                     

L’arte e amore unite, formano Dio ! Che queste possa illuminarla e benedirla. Augurando.                                                                 Luisa Tetrazzini. (soprano)

Foto, e scritto da ( Collezione Privata )

” Purchè non mi sbagli ! ” diceva la Frezzolini al Verdi la sera della prima rappresentazione. ( I Lombardi ) – “Non ci mancherebbe altro” – rispose il Maestro. – “Sarebbero capaci di obbligarci a calare la tela.” – “Oh ! non l’oseranno ! ” – ” Non dubitate maestro: morrò magari sulla scena; ma l’opera avrà un trionfo ! ” – E il trionfo ci fu, e la Frezzolini rischiò davvero di morire…di gioia sulla scena dinanzi alla grande e commovente ovazione del pubblico.                                                                                 Gino Monaldi da “Le opere di Giuseppe Verdi alla Scala”

 Se con Dante, Raffaello e Michelangelo l’anima si sublima e s’innamora, con Bellini l’anima si bea. Vero Nume della melodia, le inspirate sue note sono state e saranno sempre la fonte inesauribile delle più soavi e dolci emozioni.                                                                                                                      Alfonso Guercia                

Avranno gli uomini un altro Bellini quando avranno un altro Omero ed un altro Michelangelo.                         Eugenio Raffaelli                                                                                                   

        A Valeria Manna (Soprano)- Perla di purissima acqua

Tutte le perle in fondo agli oceani – Tante non son, quan Tu n’hai in gola: – E pensar che per esser sovrumani – Posseder basta una tua perla sola.                                       Siena 19 Maggio 1929            foto  (collezione Privata)

Il cantante Luigi Lablanche, trovandosi a Parigi, vide per le vie, guidato da una cenciosa bambina, un povero cieco che si affaticava a strimpellare sul violino aspri accordi, note male intonate, per guadagnar di che camparsi la vita. Pochi gli offrivano il loro obolo. Allora Lablache, impietosito, si accosta al cieco, gli prende il violino e si mette a suonare. La folla in un momento si stipò intorno a lui. — << E’ Lablache che suona ! >>. Gli evviva irruppero fragorosi. Egli tutto commosso, tolse il cappello al cieco e girò intorno per la cerca. L’introito fu vistosissimo; e il cieco, piangendo, benediceva al suo benefattore.               di  Annibale Micheletti da “Aneddoti e bizzarrie di Grandi Musicisti”

GABRIELE D’ANNUNZIO a Salomea Kruceniski————–All’Illustre cantante che chiedeva al poeta il favore della sua presenza per la prima della Fedra. Gabriele d’Annunzio ha risposto con questa nobilissima lettera, che siamo lieti di pubblicare nella nostra Rivista.—————–A. Salomea Kruceniski Milano.—– Cara signora,   Sono tuttavia convalescente, e non m’è permesso d’intraprendere il lungo viaggio. Di tanta sfortuna non posso consolarmi. Ma voglio anche una volta lodarla e ringraziarla di avere avuto fede, sin dalla prima ora, nell’opera ammirabile d’Ildebrando da Parma. E sono certo che la sua arte sarà pari all’alto compito. Ella lega così il suo nome a un avvenimento che, qualunque sia il giudizio degli uomini d’oggi, apparirà dimani come uno dei culmini nella storia della musica italiana. Creda, cara signora, alla mia riconoscenza e alla mia ammirazione. —— il suo devoto GABRIELE D’ANNUNZIO — Parigi, 17 Marzo 1915.    da “Rivista dei Teatri”  20 marzo 1915. 

TINA SECCHI GARULLI.—Nell’irrequita e infelice esistenza di Alfredo Catalani, apparve un’altra donna che ebbe pure qualche nome nell’arte lirica: Ernestina Garulli Secchi, un’amica dolce, nobile e comprensiva che fu ispiratrice. Il Catalani la conobbe nella villa del padre di lei, ch’era già suo amico, a Mondovì nelle sue continue peregrinazioni in cui la sua affannata esistenza andava cercando l’irraggiungibile. La villa di Benedetto Secchi riuniva molti artisti e letterati e il povero Catalani vi dimorò a lungo. Quell’autunno del 1889, un mattino, si era avviato, tutto cupo, verso la collina monregalese cercando il finale di un atto d’opera. Triste la natura, brullo il paesaggio, una campana lasciava udire mesti rintocchi funebri da una chiesetta. Udì i rintocchi e subito fece ritorno nella propria stanza. Nacque dal quel mattino l’aria: << Ebben…? ne andrò lontano >>, per la Wally >> che nel 1892 andò in scena alla Scala. L’ispiratrice gli sopravvisse, fu sposa, e nell’anima del maestro lasciò un ricordo incancellabile.     da “Le Cantanti Italiane dell’ottocento memorie di palco e d’alcova”                        Nino Bazzetta De Vemenia                     

Sono l’uomo più felice che mi sia capitato d’incontrare.              ——————–Artur Rubinstein

La vita senza musica sarebbe un errore                                      —————-Nietzsche

Un giovane compositore presenta un suo spartito a Rossini, pregando il celebre maestro di esaminarlo e di fare una semplice croce dove trovasse qualche errore. Alcuni giorni dopo, Rossini restituisce lo spartito all’autore. Questi lo scorre ansiosamente, poi esclama con gioia: – Non vi vedo alcuna croce; dunque non vi avete trovato nessun errore ! –Se avessi messo una croce ad ogni errore — soggiunse Rossini — avrei fatto un cimitero.    da Aneddoti e bizzarrie di Grandi Cantanti.    Annibale Micheletti.                                                  

Angelica Catalani, favorita dai pubblici di tutta Europa, emulava, in quanto a guadagni, i cantanti maggiori del nostro tempo. Quattro accademie le fruttarono, nel 1817, a Milano 150 mila lire; una serata a Londra, 2000 sterline; la media dei suoi guadagni era, nel tempo di maggior splendore, di tre milioni all’anno. Una satira correva su di lei: <<Questuante in Italia Impresaria in Francia Bandita in Baviera Tollerata in Prussia Principessa a Londra.>>  da “Le Cantanti Italiane dell’ottocento Memorie di palco e d’alcova” — Nino Bazzetta De Vemenia.

Ecco una lettera di Gaetano Donizetti al suo cognato avv. Antonio Vasselli, che era anche suo procuratore in Roma e Napoli, quando egli dimorava alternativamente a Vienna ed a Parigi. Gli dà ordine di vendere i mobili della sua casa in Napoli, poi soggiunge: << Non vendere per qualunque prezzo quel pianoforte che racchiude in sè tutta la mia vita artistica. Dal 1822 l’ho nelle orecchie; là vi mormorano le Anne, le Marie, le Favorite, le Lucie, i Roberti, i Belisari, i Marini, gli Olivi, Ajo, Furioso, Paria, Castello di Kenilwort, Diluvio, Gianni di Calais, Ugo, Pazzi, Pia, Rudenz..Oh ! lascia che viva fin ch’io vivo….vissi con quello l’età della speranza – la vita coniugale – la solinga – udì le mie gioie, le mie lagrime, le mie speranze deluse, gli onori….divise meco i sudori e le fatiche; colà vive il mio genio, in quello vive ogni epoca di mia carriera, di tua e delle carriere di tuo padre e di tuo fratello. Tutti ci ha visti, conosciuti; tutti lo abbiamo tormentato, a tutti fu compagno, e lo sia eternamente alla figlia tua qual dote di mille pensieri tristi e gai… >>    da Almanacco Musicale 1881 rif. 26 febbraio.  Edizioni Ricordi.

Cantando a Roma, nel 1722, in età di diciassett’anni, Farinelli fondò la immensa sua reputazione con un’aria di bravura, obbligata a trombetta, che Porpora, suo maestro, aveva scritto espressamente per far risaltare l’abilità del giovane virtuoso e quella insieme di un suonatore tedesco, che era, dicesi, prodigioso. Quest’aria incominciava con una sola nota, tenuta dapprima dalla trombetta; il cantante pigliava la nota seguente e la continuava con un artifizio, con una grazia di voce e con tale lunghezza, che grida d’ammirazione scoppiavano sempre in tutto il teatro. Questo duetto di voce e di trombetta assicurò la riuscita dell’Eomene di Porpora.   da Almanacco Musicale 1881 rif. 24 marzo.——————-Edizioni Ricordi.

La celebre cantante Marietta Alboni, pregata da persona amica di scrivere il suo nome in un albo di famiglia, vi vergò le prime note del rondò della Cenerentola di Rossini, sottoponendovi le seguenti parole : Questa è la vera musica dell’avvenire. — La Cenerentola fu rappresentata per la prima volta al teatro Valle in Roma nel carnevale 1817 –  da Almanacco Musicale 1881 rif. 30 aprile E. Ricordi foto (Collezione Privata)

La musica non è  che una declamazione accentata dei suoni, e perciò ogni compositore deve intuire far sorgere un canto dall’accento della declamazione delle parole. Chiunque in questo non riesca o non sia felice, comporrà che musica muta di sentimento.                                                    Gaetano Donizetti

Un impresario interrogava Rossini sul merito del tenore Duprez. — Duprez, disse l’autore del Barbiere, canta discretamente la mia piccola musica, ma non so come canterà la grande. La grande musica è il nome inventato da Rossini per la musica di Meyerbeer.

Volendo delineare i migliori con un sol tratto di penna, si potrebbe dire che Mascagni è la spensieratezza, Puccini la grazia, il sentimento, l’eleganza, Leoncavallo l’energia, Franchetti la grandiosità.                                                        Carlo Arner     da l’Arte Lirica in Italia     (dal 1872 al 1897)

FRASEGGIO………Il fraseggio consiste nel senso che l’interprete riesce a conferire alla frase musicale, sottraendola all’esattezza della scrittura che nel momento esecutivo rimarrebbe inerte. << L’arte di fraseggiare – scrive Garcia – occupa il punto più elevato nella scienza del canto. (…) Gli effetti della melodia vocale (…) son determinati in parte dagli accenti musicali, in parte dalle sillabe lunghe che costantemente dominano il canto, ed infine dall’espressione delle parole, la quale stabilisce il carattere generale della melodia. Tuttavia queste condizioni non bastano a fissare di un modo invariabile il senso e l’espressione di un canto; una gran parte resta ancora in potere dell’ispirazione della valentia dell’artista >> Gli elementi del fraseggio sono dunque, secondo il teorico, la pronuncia, la formazione della frase, la respirazione, la misura, il forte-piano, l’espressione.        da MANUALE DEL MELODRAMMA          di Piero Mioli

Alla prima di OTELLO, Verdi che non era facile agli entusiasmi e non dimostrava mai tenerezze eccessive per i suoi interpreti, quella sera, alla fine dello spettacolo, dopo avere abbracciato il suo fedele collaboratore Arrigo Boito, cercò Tamagno e volle stringerlo fra le braccia. Poi, con una piccola nube di tristezza sulla fronte luminosa, disse al cantante : — Ho bruciato, stasera, le ultime mie cartucce…La solitudine di Sant’Agata io la popolavo da qualche tempo in qua con tutte le fantasticherie che mi balenavano alla mente e che, bene o male, traducevo in note musicali. Stasera il pubblico ha strappato, vorrei quasi dire violentemente, il velo degli ultimi miei misteri, e a me non rimane più nulla… Tamagno lo interrompe :  — Ma che dice, Maestro ? E la gloria conquistata stasera chi potrà togliergliela ? — La gloria ! la gloria !…. — Mormorò Verdi, scuotendo la testa. — Mi piaceva tanto starmene, da solo, in compagnia di Otello e di Desdemona… Ora il pubblico se li è presi e portati via…          da: TAMAGNO Il più grande fenomeno canoro dell’ottocento.          di Mario Corsi.

TAMAGNO a Mosca. – G. T. Sieveltzef Poliloff, ch’era un russo giornalista, letterato, cantante e…. impresario ha raccontato al corrispondente da Pietroburgo del Piccolo un episodio inedito di Tamagno a Mosca. –Egli (il gran tenore) aveva finito la sua “stagione”, e noi non lo volemmo lasciar partire senza prima offrirgli un banchetto di saluto durante il quale, tutti, tanto lui quanto noi libammo abbondantemente… – C’incamminammo poscia verso la stazione in compagnia gaia…e rumorosa ! Giunti davanti al treno, il rumore delle grida, dei saluti, degli auguri, divenne assordante, e, come esso non bastasse a rompere i timpani del pubblico che si assiepava intorno a noi a guardarci, meravigliato e stupito di quanto accadeva uno dei miei compagni ebbe l’idea di farlo giungere al suo “diapason” invitando Tamagno a farci sentire un’ultima volta la sua gran voce. L’artista, evidentemente inspirato più dal vino bianco che dalle sollecitazioni del nostro amico, non se lo fece ripetere due volte e con voce tonante egli cominciò la sua aria preferita dell'”Otello” ; “…. Esultate ! l’orgoglio musulman…. da “Il Teatro Illustrato” 15 Gennaio 1912.      ” foto da: Francesco Tamagno (Otello fu… )               di Mario Ruberi.

                              Nel 70.o anniversario della nascita di ARRIGO BOITO                     Onore a un vero grande e nobile Artista ! E ch’Egli sappia come da ogni parte della sua Italia tutti i cuori degli artisti ora si rivolgano al suo, grande cuore, buono e gentile, d’un grande Poeta, d’un grande Artista !  —

—————–   Salvatore di Giacomo.     da “Rivista dei Teatri”      20 marzo 1915.

Aneddoto ” Or sei pago…” ———Siamo all’epoca della preparazione della Straniera. Si era verificata qualche baruffa fra il Maestro ed il poeta Romani. Bellini aveva, infatti, respinto diverse volte i versi perchè non lo accontentavano. Il Romani, un giorno, perduta la pazienza gli disse : –Ma insomma, io non so più come accontentarti. Che vuoi ? –Voglio questo, esclamò Bellini. E sedutosi al piano improvvisò con grande slancio l’aria finale. –Voglio versi che siano espressione di minaccia, di imprecazione, ed anche di preghiera. Ed il Romani di botto: –Ed eccoti le mie parole, e gli porge, pure improvvisandola, la celebre romanza: Or sei pago, o ciel tremendo. I due grandi artisti si abbracciarono commossi. Improvvisando si erano capiti. ——-da BELLINI 1835-1935———-Unica Pubblicazione.

WAGNER e “Norma”

La rappresentazione della Norma alla Scala fa ricordare che questa superba opera di Vincenzo Bellini ha raramente incontrato nel maestro concertatore un artista che ne intendesse lo spirito vero, all’infuori ed al disopra delle convenzioni e delle convenienze del momento. Uno di questi fu certamente Riccardo Wagner, che volle concertarla e dirigerla per sua serata e sentendo il bisogno di raccomandarla al suo pubblico (era il pubblico tedesco di Riga) con un manifesto: << Il sottoscritto non crede di poter meglio esprimere la sua stima pel pubblico amatore delle arti, che scegliendo per sua serata quest’opera. Norma è soprattutto fra le creazioni di Bellini, una di quelle che racchiude l’ardore alla realtà più profonda. E lo stesso Wagner in un articolo, così, più esplicitamente giudicava l’opera, nel 1837 — sei anni dopo il suo primo apparire. “Bellini,  — nella Norma che è indubbiamente la migliore delle sue opere, — ci fornisce la prova di quel che sanno talvolta gli italiani ricavare, in certi soggetti d’opera, dalla loro forma e maniera, senza dubbio convenzionali e retoriche nelle manifestazioni degeneri nella Norma, poeticamente penetrata d’antica grandezza classica, questa forma, resa nobile da Bellini, concorre ad esaltare il carattere solenne e grandioso dell’intero soggetto. Tutte le passioni che il suo canto si propriamente trasfigura, ricevono in tal guisa una base ed uno sfondo maestosi, sui quali non ondeggiano in un infinito senza contorni, bensì si costituiscono in un grande e luminoso quadro, che involontariamente ci fa pensare alle creazioni di Gluck e di Spontini”. E dire che oggi i pigmei sedicenti wagneriani sorridono di sprezzo alla Norma. ———da Il Teatro Illustrato del 31 Marzo 1912.————–

 

La critica negativa è facile ! E’ facile dire ciò che non si sarebbe dovuto fare, ciò che non si dovrebbe fare. Difficile è l’opposto. Dire e dimostrare che cosa e come dovrebbe essere il dramma musicale: questo è difficile.

I. Pizzetti

Dopo una recita del basso Luciano Neroni con il tenore Beniamino Gigli, questi si rivolse al giovane cantante con queste parole: <<L’eco del tuo canto meraviglioso rimarrà lungamente nei cuori di chi ha avuto la fortuna di ascoltarti>>

“CURIOSITA’ ” – Lohengrin con o senza barba ? – Alla Fenice di Venezia, dove si è rappresentato sino a qualche sera fa il Lohengrin, il tenore Giraud fu criticato perchè apparve nelle vesti dell’argenteo cavaliere senza barba, portata da tutti i maggiori interpreti quali Garulli, Vignas, De Negri, Garbin. La mancanza di barba andrebbe invece a lode dell’interprete. Il Winkelmann, primo protagonista del Parsifal e intimo di Wagner, nei ricordi pubblicati anni addietro, scrive che il grande maestro tedesco voleva che gli eroi delle sue opere fossero sbarbati fino a che non toccassero donna e solo dopo portassero barba, in segno di virilità completa. pensiero strano, ma di Wagner ! “Da Il Teatro Illustrato del 15 aprile 1911”

COME NACQUE LA “LUCREZIA BORGIA” di DONIZETTI. Fra Donizetti e Mercadante correvano rapporti di grande amicizia. Un giorno, a Milano, il musicista napoletano chiama Donizetti e gli narra che, ammalatosi gravemente agli occhi, non è in grado di scrivere l’opera promessa all’impresario della Scala. Mancano quaranta giorni per la consegna dello spartito, ed egli non ne ha ancora scritta una nota- – Tu solo – gli dice – potresti fare il miracolo, tu salvami dalla irreparabile rovina, scrivendo l’opera in vece mia. -Tutto sta – replica Donizetti – che la poesia mi piaccia. Di che è il libretto ? – E’ del Romani. – Dammelo a leggere: stasera torno per la risposta. Tornò difatti, e al Mercadante, che lo aspettava nelle ansie angosciose del dubbio, disse semplicemente: – Va bene, tu pensa a guarir presto ; alla musica ci penso io. E non ci vollero neppure i quaranta giorni: in meno di un mese l’opera, balzata fuori in un impetuoso sussulto di quella mirabile fantasia, era composta tutta e doveva segnare una delle più grandi vittorie dell’arte contemporanea, perchè, s’intitolava, ne più ne meno che Lucrezia Borgia.

 

 

 

 

 

 

Interpreti femminili “Prime Pucciniane”

Giacomo Puccini con le sue composizioni operistiche, ha dato vita a personaggi femminili diventate autentiche eroine :

Il 31 maggio 1884 al Teatro Dal Verme di Milano, ebbe luogo la prima dell’opera-ballo Le Villi, la parte di Anna fu interpretata dal soprano Rosina Caponetti, di cui riportiamo alcuni tratti della sua carriera, iniziata intorno al 1875, infatti la troviamo a Malta Teatro la Valletta nel novembre 1877  in L. Chamounix, a Catania Teatro Comunale febbraio 1882 in Jone di Petrella, nel gennaio dello stesso anno al Teatro Avvalorati di Livorno in Forza del destino, al Teatro Politeama di Roma nel settembre 1884 di nuovo in Forza del destino, al Teatro Comunale di Piacenza nell’ottobre 1885 in Rigoletto, a Milano Teatro dal Verme nel marzo del 1885 in G,Tell, a Faenza Teatro Comunale in Poliuto febbraio 1889, parte del suo repertorio comprendeva, L.Chamounix, Poliuto, G.Tell, Forza del destino, Elisir d’amore, Jone, Rigoletto, Ugonotti, ecc. ” Va poi lodata l’esecuzione sì degli artisti principali, signora Caponetti, D’Andrade e Peltz, come dei cori e dell’orchestra. Quest’ultima suonò con anima e colorito egregiamente diretta dal maestro Panizza, il quale in queste sere si rivelò un artista di grande merito. degno di lode pure l’allestimento scenico”  Eco dei Teatri. Al Teatro Dal Verme di Milano abbiamo avuto finalmente un buon spettacolo ed un successo genuino, pieno: l’opera-ballo di un atto del giovane e simpatico maestro Giacomo Puccini – Le Willis – non potea davvero sortire esito migliore. Non un pezzo passò inosservato, senza sollevare applausi o fruttare chiamate al proscenio all’autore. Il libretto delle Willis è del chiaro poeta Ferdinando Fontana, ed è un lavorino grazioso, riuscito. La musica di cui lo rivestì il bravo Puccini è scorrevole, nervosa, ne racchiude un frammento che possa produrre senso di noja nel pubblico. Nelle Willis predomina in generale l’istrumentale, e ciò talvolta a danno delle voci, dello svolgimento del canto – ma il primo è così ricco di colori, di effetti da far perdonare questi difetti al giovane maestro. Al Puccini sorride l’avvenire e noi di cuore gli gridiamo: avanti con coraggio ! Fra i pezzi maggiormente gustati citiamo nella prima parte: un coro-valzer d’introduzione, il duettino e tenore, una preghiera di grande effetto, e la successiva chiusa istrumentale. Quest’ultimo brano il pubblico lo fece replicare tre volte fra entusiastici applausi. Nella seconda parte vanno lodatissimi: l’intermezzo sinfonico descrittivo, e l’ultima parte dell’aria del basso. Il Puccini durante l’esecuzione del breve lavoro dovette presentarsi quindici volte al proscenio : fu-lo ripetiamo – un grande successo, che rivela al mondo artistico un nuovo e poderoso scrittore di musica sinfonica. Le Willis ebbero a valenti esecutori: la signora Rosina Caponetti, ed i signori Peltz e D’Andrade. Ottima l’orchestra, diretta dal bravo maestro Panizza che si mostrò artista coscienzioso, ed intelligente: e decoroso l’allestimento scenico.”  Il Teatro Illustrato giugno 1884. L’opera ebbe altre tre versioni, 26 dicembre 1884, 24 gennaio 1885, 7 novembre 1889. 

L’Edgar, la parte di Tigrana fu affidata al soprano Romilda Pantaleoni, nata a Udine il 29 agosto 1847, m. il 20 maggio 1917. Studiò canto al Conservatorio di Milano. Esordì al Teatro Carcano di Milano nel 1868 nella Margherita di Jacopo Fioroni. Ha creato la parte di Isabella in Salvator Rosa di Gomez il 21 marzo 1874 a Genova, inoltre il ruolo del titolo in Marion Delorme di Ponchielli il 17 marzo 1885, in seguito la parte di Desdemona nella prima dell’Otello verdiano, data alla Scala di Milano il 5 febbraio 1887. Da Il Teatro Illustrato del luglio 1885 “Ella s’alza nel cielo dell’arte a poco a poco: è dapprima un punto luminoso appena percettibile nel lontano orizzonte: viene man mano acquistando di grandezza e di potenza, finchè-compiuta la salita-splende col fulgore di un astro di prima grandezza…I successi sempre più splendidi riportati e in Italia e fuori, la fecero desiderare alla Scala di Milano. Presentatasi su queste scene nella Gioconda del Ponchielli come soprano della seconda compagnia, vi ottenne tale incontro da lasciar dietro di sè, e a ragguardevole distanza, quante altre artiste erano seco lei scritturate in quella stagione. L’impresario della Scala, l’egregio maestro Ferrari, ebbe allora il bel pensiero di riconfermare la signora Pantaleoni per le stesse scene e per la stagione 1884-85…Fra le artiste contemporanee, la gentile udinese è fra le poche destinate a suscitare ancora per lungo tempo gli entusiasmi del pubblico e a diffondere il gusto squisito del più puro stile delle grandi cantatrici della Penisola.”  Purtroppo si ritirò dalle scene nel 1891 a soli 44 anni, in seguito alla morte del maestro F. Faccio, con il quale ebbe una relazione sentimentale. La parte di Fidelia il soprano Amelia Cattaneo, nata a Napoli nel 1864, si diplomò al Conservatorio di S. Pietro a Maiella di Napoli, debuttò a Salerno nel 1881 come interprete di Violetta in Traviata, cantò spesso nei primi anni in teatri dell’Italia meridionale, L. Lammermoor, Rigoletto, Barbiere, L. di Chamounix, Faust (Gounod). Dal 1885 consolida la sua fama, e dove si apriranno i teatri Costanzi di Roma con Ballo in Maschera, Ernani, Regio di Parma con Aida, Gioconda, infine a Messina con Jone di E. Petrella, e Trovatore (1887). La sua fama la raggiunse soprattutto in Isotta Wagneriana del 1882 a Bologna. Da Il Teatro Illustrato dell’agosto 1889 ” Fiorente di giovinezza, dotata di un organo vocale aureo per timbro e potenza, nata a quel sentire italiano che è anima del canto, e soprattutto posseditrice di note acute vibrate e che fiammeggianti si lanciano al cielo delle eterne armonie, la signorina Aurelia Cattaneo potè in breve tempo raggiungere in arte quella rinomanza che per tanti resta, pur troppo, un puro desiderio per l’intera vita. Fu diretta da famosi maestri, F.Faccio,”L.Mugnone. Dotata di una straordinaria padronanza nel registro acuto, di una buona tecnica e di notevole sensibilità artistica, a proposito della canzone di Fidelia nel 1 atto, “…La Cattaneo l’ha detta stupendamente…” E. Gara. Fu Nefta nella prima di Asrael di A. Franchetti teatro alla Scala 26 dicembre 1891 opera replicata 21 volte, inoltre fu protagonista di Spartaco di P. Platania, teatro S. Carlo di Napoli 29 marzo 1891. Morì prematuramente a soli 29 anni. Queste due soprani sono state le prime interpreti di Edgard, ed hanno contribuito con le loro interpretazioni al buon esito di questa opera pucciniana.

 

 

 

Il  1 febbraio 1893 al Teatro Regio di Torino di Torino ebbe luogo con grande successo la prima di Manon Lescaut, protagonista il soprano torinese Cesira Ferrani, nata a Torino l’8 maggio 1863, morta a Pollone il 6 maggio 1943. Debutta al Teatro Regio di Torino nel 1887 come Micaela nella Carmen, poco dopo al Teatro Carignano con il Rigoletto. A Genova nel 1892 nel Simon Boccanegra, ed Ernani a Catania. Nel frattempo si accostò al repertorio verista, la prima volta con l’Amico Fritz a Genova il 30 gennaio 1892. Ed arriva la prima di Manon Lescaut, sfruttando felicemente la possibilità di trapiantare nel personaggio pucciniano alcune tipiche forme dello stilo dell’opèra-lyrique francese già diffuso in Italia nel decennio precedente, specie per merito della Frandin. R.Celletti. “La voce, di volume limitato, ma saldamente impostata, dolce, flessibile, diede vita a una Manon dalla dizione briosa, dal fraseggio miniato, dai chiaroscuri preziosi”. Eseguì la Manon in vari teatri, tra qui il Colon di Buenos Aires nel 1893. In seguito la prima di Boheme (1896) fece di lei in quegli anni la cantante pucciniana forse più qualificata. Donna di notevole bellezza, fu sorretta da vasta cultura, gusto artistico, che le valse il trionfo alla prima del Pelleas alla Scala sotto la direzione di Toscanini. Chiuse la carriera nel 1909 al Teatro Costanzi di Roma sempre con l’opera di Debussy”. Nel 1903 incise per la G & T Milano 11 dischi tutt’ora rari di varie arie operistiche, tra cui La Boheme e la Manon Lescaut.                                                                   

La prima dell’opera La Boheme fu data al Teatro Regio di Torino il 1 febbraio 1896, il soprano Cesira Ferrani fu l’interprete del personaggio di Mimì, la stessa artista della Manon Lescaut. L’opera ebbe un buon successo di pubblico meno di critica.

Il 14 gennaio 1900 andò in scena l’opera Tosca al Teatro Costanzi di Roma, la serata non destò particolare successo in quanto vi furono alcuni inconvenienti organizzativi, ma in seguito trionfò ovunque, l’interprete il soprano rumeno Hariclea Darclèe, nata a Bucarest nel 1860, morta ivi il 12 gennaio 1939. Iniziò a studiare in patria, dopodichè andò a perfezionarsi a Parigi. Esordì nel dicembre 1888 in Faust. Fu scritturata al Teatro di Pietroburgo, in seguito fece ritorno in Francia nel 1890, esibendosi a Nizza nella Vita per lo Zar di Glinka. Nel 1891 esordisce alla Scala nel Cid di Massenet, proseguendo la sua attività artistica in numerosi teatri italiani. La sua carriera la porta tra il 1893 e il 1896, nei teatri di Madrid, Barcellona, Lisbona, Mosca, Bucarest, Buenos Aires, New York, e Montecarlo. “La Darclèe nel 1892 fu scritturata dal Monaldi col Battistini e il De Negri quando si fece il tentativo di far rivivere il rifacimento librettistico di Boito il << Simon Boccanegra >> e per 2000 lire per sera ciascuno i tre artisti cantarono. Verdi diceva << oh ! se a Tamagno e a Maurel potessi mettere accanto una Desdemona ideale! Questa fu trovata finalmente nel 1892 nella Darclèe, salutata alla sua apparizione come una nuova stella raggiante. Come tutte le cantanti straniere si era sottoposta ad una lunga e precisa scuola.” Le Cantanti Italiane dell’ottocento”. La Darcleè fu un soprano drammatico di agilità Ugonotti, Ballo in maschera, Trovatore, Ernani, Aida, Traviata, Lucrezia Borgia, ma con l’avvicinarsi del fine 800, la sua voce si accostò al repertorio lirico, Mefistofele, Lohengrin, Manon di Massenet e di Puccini, Amico Fritz, Boheme. Con l’arrivo del verismo Cavalleria, Rantzau di Mascagni, Iris, e Tosca che la vide protagonista della prima esecuzione, ossia dell’opera in cui Puccini passava dal lirismo di Manon e Mimì a una vocalità concitata e accesa. Tosca fu ripresa al Teatro Regio di Torino e alla Scala, già nel 1900, poi a Lisbona, Madrid, Buenos Aires nel 1901 e in numerosi altri teatri. Fu la protagonista della prima di Wally la Scala 1892, “il suo successo fu grandissimo, e ciò non si deve soltanto alla bellezza della persona e allo splendore d’una voce che molti consideravano la più completa del tempo, ma anche all’impostazione del personaggio su un tono prettamente lirico: il suono cristallino e insieme ricco di inflessioni languide e sfumate aderiva alla natura di quella musica ben più delle clamorose effusioni dei soprani veristi.”  R. Celletti . Si ritirò dalle scene nel 1918.

La prima dell’opera Madama Butterfly ebbe luogo al Teatro alla Scala di Milano il 17 febbraio 1904 interprete il soprano Rosina Storchio, fu una serata tragica, un fiasco completo. “Da Musica e Musicisti marzo 1904″ Grugniti, boati, muggiti, risa, barrirti, sghignazzate, i soliti gridi solitari di bis apposta per eccitare ancora più gli spettatori, ecco, sinteticamente, quale è l’accoglienza che il pubblico della Scala fa al nuovo lavoro del maestro Giacomo Puccini…Madama Butterfly ha un esecuzione ammirevole dall’orchestra la quale, sotto la direzione del maestro Campanini, suona in modo superiore a qualsiasi elogio. Deliziosa, impareggiabile la signorina Rosina Storchio: meglio anzi diremo che è addirittura insuperabile nell’interpretare la difficilissima parte della protagonista” Rosina Storchio nata a Venezia il 19 maggio 1876 morta a Milano il 24 luglio 1945. Studiò al Conservatorio di Milano, esordì al Teatro dal Verme nell’ottobre 1892 come Micaela nella Carmen. Dopo numerose recite in vari teatri italiani nella parte di Nedda dei Pagliacci, debutta alla Scala nel 1895 nel Werther (Sofia), successivamente negli anni 1895-1896 cantò la Manon di Massenet al Teatro Nazionale di Roma. L’anno successivo prese parte alla prima di Boheme di Leoncavallo alla Fenice di Venezia. Esordisce a Mosca in Profeta (Berta) e in Falstaff (Ninetta), in seguito altri teatri la vedono protagonista, nella Mignon, Manon e Boheme pucciniana, fra cui il Carlo Felice di Genova, il Liceu di Barcellona, il Lirico di Milano. La Scala è stato il teatro dove ha ottenuto grandiosi successi, dal suo debutto 1892 all’ultima recita 1918 del Don Pasquale diretto da T. Serafin. La Storchio ha creato numerosi ruoli di importanti opere liriche: Mimì ne La Boheme di Leoncavallo (6 maggio 1897 Venezia), il ruolo del titolo in Zazà di Leoncavallo (10 novembre 1900 Milano), Stephana  in Siberia di Giordano (19 dicembre 1903 Milano), il ruolo del titolo in Madama Butterfly di Puccini (17 febbraio 1904 Milano), Il ruolo del titolo in Lodoletta di Mascagni (30 aprile 1917 Roma). “Fu probabilmente la cantante che, in Italia meglio espresse la vena intimistica di Puccini. Dotata d’una voce di volume modesto, di colorito molto chiaro e di stampo lirico-leggero, l’eleganza della sua Manon pucciniana, della sua Mimì, della sua Cio-Cio-San erano investite da una schietta foga, da un fraseggio palpitante, da un’azione scenica fervida e vigorosa”. R.Celletti

 

 

 

Dopo la disastrosa prima di Madama Butterfly, nel maggio del 1904 al Teatro Grande di Brescia, finalmente la creazione di Puccini ebbe un successo clamoroso, tale che si mantenne “Da Musica e Musicisti maggio 1904, sempre uguale durante le 11 rappresentazioni, la quale così aperse e chiuse trionfalmente la straordinaria stagione. Senza dire del maestro Campanini, superiore ad ogni elogio, ora accenniamo in particolare agli esecutori che furono tutti ottimi interpreti del non facile spartito, concorrendo così col loro talento di cantanti e di attori al successo dell’opera. La parte della protagonista venne affidata alla signora Salomea Krusceniski, la quale conquistò ed entusiasmò il pubblico colla bellezza della voce e l’espressione della parola, ottenendo effetti immediati e folgoranti. Salomea Krusceniscki, soprano polacco naturalizzato italiano, nata a Ternopol nel 1972, morta nel 1953. Di nobile famiglia rutena, studiò al Conservatorio di Leopoli, dove iniziò la carriera teatrale nel 1892, in seguito si esibì a Cracovia e Odessa per alcune stagioni. Il debutto in Italia avvenne a Cremona al Teatro Ponchielli nel 1896 nel Marion Delorme di Ponchielli, Manon di Puccini, Ugonotti, nel 1898 fu scritturata all’Opera di Varsavia con Aida, opera molto eseguita durante la sua carriera. Nel 1902 è a Parigi per Lohengrin, come sopra descritto, nel 1904 al Teatro Grande di Brescia arriva lo storico trionfo della Madama Butterfly. Soprano molto duttile, in quanto spaziava da Wagner, Strauss, Verdi, Puccini, Meyerbeer, Catalani. “Il richiamo dell’ Oriente, in lei particolarmente vivo in quanto slava, la portò ad eccellere nel tratteggio di figure pregne di esotismo: in primo luogo Aida, per la quale si era ispirata alle pose ieratiche delle raffigurazioni egizie e assire, Selika dell’Africana, Butterfly”. R. Celletti.  “Salomea Krusceniski natura squisitamente intellettuale, essa amava il teatro come mezzo, anzichè come fine. Lieta dell’applauso, essa vi rinunziava senza grave rammarico, quando la sua interpretazione non scendeva e non si assimilava al gusto del pubblico. Convinta profondamente dell’arte sua, non transigeva mai con se medesima e non concedeva all’effetto teatrale nulla che non provenisse dalla convinzione del suo pensiero e dalla sincerità del suo temperamento.” Cantanti celebri . G. Monaldi. Uno scritto in mio possesso così descrive l’arte: “La più grande arte è il saper vivere! Salomea Kruceniski Riccioni -Viareggio, giugno 1927. Incise un buon numero di dischi acustici, i primi, della casa G&T – Varsavia 1903, in seguito con la Fonotipia dal 1906 al 1915, e la Columbia nel 1927.  

La Fanciulla del West andò in scena al Teatro Metropolitan di New York il 10 Dicembre 1910, il difficile ruolo della protagonista fu affidato al soprano Ceco Emmy Destinn nata a Praga il 26 febbraio 1878,  m. a Ceskè Budejovice il 28 gennaio 1930. “Voce di volume imponente, dalle penetranti e calde vibrazioni, con vividi riflessi argentei nel settore acuto e suggestivi scuramenti nel registro medio e basso…” R. Celletti. Da Il Teatro Illustrato del dicembre 1910, “il nostro caro e caldo saluto a Giacomo Puccini, “il successo della sua “Fanciulla” al Metropolitan di New York segna per la nostra storia musicale una nuova pagina gloriosa e noi sentiamo, in quest’ora di gioia per l’illustre lucchese, di prender viva parte a questo nuovo trionfo, a questa nuova vittoria che oggi addita all’ammirazione di tutto il mondo la nostra bella Italia. Noi avevamo nel nostro cuore più che una speranza viva e intensa, la certezza della nuova conquista, eppure, quando ci sono giunte le prime fondate notizie attraverso i telegrammi inviati, si può dire ogni ora, alla stampa quotidiana, non abbiamo potuto frenare la nostra commozione ed un grido è partito dalle labbra di tutti: viva Puccini ! La Fanciulla del West è stata accolta come si doveva: non occupiamoci di sapere se il pubblico americano ha espresso più entusiasticamente di quello che sentiva la sua simpatia a Giacomo Puccini pel fatto che egli si è dato il piacere di giudicare, per la prima volta, un lavoro musicale dacchè New York ha un teatro; non pensiamo di contare sulle dita le infinite chiamate che l’Autore ha avuto complessivamente durante la serata, da solo ed insieme agli interpreti insuperabili; l’analisi psicologica del pubblico è cosa che non ci riguarda. Diciamo solo che il successo è stato grande, magnifico, qual noi stessi – ormai troppo indifferenti dinanzi alle più belle manifestazioni della vita artistica italiana – non avremmo saputo decretare alla nuova opera che rende oggi ancora più preziosa la collana della nostra produzione teatrale. E prepariamoci pure ad accogliere quest’ultima fortunata creatura del genio musicale di Giacomo Puccini con tutti gli onori che le sono dovuti, cospargendo di rose e di lauri la lunga via della quale ella lascierà, sorridendo, la sua orma profonda”. Ci piace ricordare gli altri interpreti della serata trionfale, oltre la Destinn, E. Caruso, P. Amato, e il direttore A.Toscanini. “A tal proposito Puccini scrive a Clausetti il 1 gennaio 1911, Tutta l’opera per me risulta benissimo, forte, gagliarda e dolce. Il primo atto è un pò lungo ma interessante, forse è pericoloso per una première nervosa, non c’è mezzo di interromperlo con un applauso e dura un’ora e 5. Il secondo e terzo filano come autos a 80 all’ora. Esecuzione musicale magnifica e di mise en scène sorprendente. Caruso grande, Destinn benissimo, Amato ottimo; Toscanini immenso e buono, un vero angelo.” Una critica italiana all’opera <<Corriere della sera>> scrive ad esempio << Mai come in quest’opera il Puccini mostrò un più sicuro dominio della sua arte >>

        

 

 

 

Il 27 marzo 1917 fu rappresentata al Teatro di Montecarlo,  per la prima volta, l’opera La Rondine, interprete principale il soprano Gilda Dalla Rizza, nata a Verona il 13 ottobre 1892 m. il 4 luglio 1975 a Milano. Studiò con V. Ricci e V. Refice, il suo debutto avviene nel 1912 a Bologna nel Werther. L’anno dopo al Costanzi di Roma interpreta La leggenda delle sette torri di Gasco “prima esecuzione”. Nel 1914 la troviamo a Novara in Forza del destino, l’Isabeau a Bergamo, e La Fanciulla del West a Firenze, la sua interpretazione colpì l’attenzione di Puccini, per la quale decise di affidarle la parte di Magda nella prima de la Rondine. Ottenne grandi successi nel 1915 al Colon di Buenos Aires in Manon Lescaut e Iris, nel 1920 al Teatro Covent Garden di Londra in Tosca e Butterfly, al Costanzi di Roma in Chenier, Francesca da Rimini. Nel 1923 al Teatro alla Scala ottienne una clamorosa affermazione in Traviata diretta da Toscanini. “Bella donna, attrice disinvolta e versatile che con una dizione solo un poco più incisiva avrebbe potuto essere perfetta, impegnava tutta se stessa in ogni nuova prova. In questo senso era per i compositori del suo tempo una collaboratrice ideale. Di ciò dopo Puccini, si rese conto Vittadini del quale interpretò per prima l’Anima allegra (Roma 1921); e poi Zandonai (Giulietta e Romeo id.) e Mascagni (Piccolo Marat id.). Nel suo repertorio (58 spartiti) figuravano”. E. Gara. Gli altri interpreti de la Rondine furono, T. Schipa, F. Dominici, direttore G. Marinuzzi che fece emergere i pregi strumentali della partitura tanto prediletta da Puccini. L’opera ebbe successo con diverse chiamate nei tre atti. “Puccini mi diceva : – La mia Rondine è bella e non meno degna di successo di tutte le altre mie opere ! – Ed era convinto che << La Rondine >> un giorno, avrebbe preso il suo volo”. Luigi Ricci. Puccini era molto riconoscente e nutriva una grande ammirazione per la protagonista, tanto che in uno scritto chiude “Oh, come ho sete della sua voce! Addio cara Gildina, affettuosi saluti da Giacomo Puccini. “Una cantante che ha saputo affermarsi nel cosiddetto mercato lirico, che è poi l’esponente della carriera artistica , è Gila dalla Rizza. Questa affermazione essa se l’è procurata specializzandosi nella Traviata opera che, oltre a convenirle per qualità vocali e di temperamento, le appartiene meglio che altre, per i suoi pregi fisici. Di statura media, di forme snelle e ben proporzionate, dominata da un volto espressivo, la Dalla Rizza può con notevole disinvoltura e naturalezza incarnare la figura di Violetta assumendone le tradizionali sembianze e rendendone il relativo fascino. Tutta presa dall’arte sua, questa primadonna passa di continuo dai teatri d’Italia e d’America salutata sempre dalle festose accoglienze del pubblico e della critica” Cantanti celebri. G. Monaldi. Durante la sua attività artistica incise molte arie operistiche, acustiche con la Columbia dal 1913 al 1916, la Fonotipia dal 1922 al 1925, con la stessa incisioni elettriche dal 1926 al 1928.

 

 

 

 

Il Trittico tre opere in un atto, fu rappresentato il 14 dicembre del 1918 al Teatro Metropolitan di New York, con un successo positivo. Il Tabarro ebbe come interprete di Giorgetta il soprano Claudia Muzio, in Suor Angelica il soprano Geraldine Farrar, nel Gianni Schicchi il protagonista il baritono Giuseppe De Luca, nella parte di Lauretta il soprano Florence Easton. “Il Tabarro è perciò  il penultimo lavoro di Giacomo Puccini. E nella diversità dei tre atti unici che lo compongono – Il Tabarro, Suor Angelica, Gianni Schicchi – legati tra loro dal filo conduttore di un’unica personalità e certamente anche dal premeditato contrasto << teatrale >> fra la truculenza del primo, la soavità del secondo, e la comicità del terzo, in questa diversità, dunque, si compie già una sorta di panorama finale della vena pucciniana. L. Pestalozza. “Trittico, anno 1918 – non sarebbero un mistero i ripensamenti occorsi per approdare alla intitolazione, la più consona e corrispondente alla coesistenza di tre vicende volutamente opposte nell’ambito di uno spettacolo solo. Nella loro differenziazione si è infatti verificato, come ciascuna, facendo centro a sè, abbia acquisito e favorevolmente una propria vitalità indipendente dalla effimera parentela”. S. Orlando. Il Tabarro nella parte di Giorgetta alla prima del Metropolitan fu affidata al soprano Claudia Muzio, di cui la storia è descritta nel mio blog in altra pagina. “Suor Angelica, dove Puccini avrebbe potuto espandere una vena mistica efficacemente in contrasto con gli altri due soggetti e gli altri due climi. Tre aspetti della morte, infatti, sono trattati nel Trittico, e forse possiamo vedervi un modo di reagire del compositore alla tragedia dell’Europa ancora in guerra: il brutale omicidio (Il Tabarro), il suicidio (Suor Angelica) e l’impersonificazione dell’uomo che si annulla” (Gianni Schicchi)” L. Scott. “Nello Schicchi infatti, l’incidenza di un humour acre e pungente non è mai episodica ma profusa in tutto il tessuto linfatico dello spartito; non sollecitata epidermicamente dal testo letterario, ma, di questo, dilatazione, chiosa, iperbole incessante, animata da un’inventiva straripante che rasenta la dissipazione. Dall’ipocrita <<dolore>> dei parenti-eredi avidi fino all’impudicizia, al susseguirsi dei <<caratteri>> collaterali – dal medico al notaio – fino all’irrompere rapido e teatralissimo del protagonista con la sua macabra messa in scena, tutto si svolge nell’ordine di una concatenazione musicale perfetta che non conosce stagnazioni, non rivela momenti caduchi di sutura, ma progredisce in uno stato di grazia creativo ininterrotto. I riferimenti alla vena popolaresca toscana sono cellule generatrici di creazione autonoma”. F. Soprano. Il protagonista della prima fu un gigante della corda baritonale, Giuseppe De Luca, nato a Roma il 25 dicembre del 1976, morto a New York il 26 agosto 1950. Studiò al Liceo Musicale di S.Cecilia, importanti furono i consigli dati da un altro grande baritono di fine 800 A.Cotogni. E’ noto per aver creato Sharpless in Madama Butterfly, (Teatro alla Scala 1904), Gianni Schicchi (Metropolitan di New York 1918), in ultimo il personaggio di Michonnet in Adriana Lecouvreur (Teatro Lirico di Milano 1902), Goyescas di Granados (1916). Debuttò a Piacenza nel Faust nel 1897, i teatri importanti italiani si accorsero di questo straordinario talento vocale, per cui arrivarono altri importanti teatri, C.Felice di Genova con Boheme di Leoncavallo, Cid di Massenet, Pescatori di perle, in seguito il Comunale di Trieste con aPuritani e Traviata. Nel primo impegno artistico all’estero fu al S. Carlo di Lisbona nel 1900 in Silvio nei Pagliacci, poi Manon Lescaut, Werther, Fedora. I grandi successi che stava ottenendo, lo portarono al Teatro S. Carlo di Napoli con Germania, Tosca, Favorita. Dal 1903 al 1905 alla Scala di Milano interpretò, Oro del Reno,Siberia, M. Butterfly, Don Pasquale, Nozze di Figaro, Barbiere di Siviglia, Tannhauser. La sua fama arrivò velocemente in America dove al Teatro Metropolitan di New York fu in cartellone per 24 anni !!! Ebbe un repertorio tra i più numerosi dell’arte lirica, 88 opere !!! Chiuse la sua straordinaria carriera artistica con un concerto il 7 novembre 1947 alla Town Hall, in occasione dei suoi 50 anni di carriera !!!  Arturo Toscanini disse di lui, “assolutamente il miglior baritono che abbia mai conosciuto”. “Nella dorata << belle èpoque >> baritonale del principio del secolo, D, ha un posto a parte per l’equilibrio, l’ordine superiore, in una parola per la classicità del suo canto, che tra l’altro conservava al testo una fedeltà anche letterale. Per l’accordo tra nota e sillaba, fu veramente il << parlatore >> più affabile e convincente del suo tempo. Il rilievo del suo discorso musicale, l’armonia del suo periodare, la delicata colorazione dell’immagine, i contrappunti oratori : tutto ciò, messo al servizio del personaggio, dava luogo a potenti illuminazioni psicologiche!. R. Celletti. Numerose sono le incisioni che ha lasciato, da quelle acustiche 1903-1904 per la G & T, dal 1905 al 1908 per la Fonotipia, dal 1917 al 1918 e dal 1922 al 1925 per la Victor – Camden, con la solita ma incisioni elettriche dal 1927 al 1932. Nella prima del Gianni Schicchi, la parte di Lauretta fu interpretata dal soprano Florence Easton nata il 24 ottobre 1882 in Inghilterra a Middles-brough-on-Tees , m. il 13 agosto 1955 a New York. Studiò alla Royal College Musica di Londra  Il suo debutto avvenne nel 1903 nell’opera Tannhauser, altra opera da lei interpretata più volte (oltre 300) fu Madama Butterfly. Le successive interpretazioni della Easton furono Faust e Aida, fu primadonna dell’Elettra di Strauss eseguita in lingua inglese alla Royal Opera House. Cantò con E. Caruso nel 1913 con la compagnia dell’Opera di Amburgo. Il suo debutto al Teatro Metropolitan avvenne nel 1917 nel ruolo di Santuzza in Cavalleria Rusticana, la Easton rimase nella compagnia del Metropolitan per dodici anni, interpretando quarantuno parti differenti in 295 rappresentazioni. Nel 1918 fu chiamata per interpretare la parte di Lauretta nel Gianni Schicchi, il pubblico del Met le tributò un grande successo, al punto da bissare il brano “O mio babbino caro”, un particolare importante, il Metropolitan è un teatro contrario ai bis. Nel suo repertorio oltre a Madama Butterfly, La Gioconda, La Juive, A. Chenier, Turandot, Der Rosenkavalier, Sigfrido, Tosca, Carmen, Walkiria, Così fan tutte, La cena delle beffe, Fanciulla del West, Trovatore, Lohengrin, Tannhauser, Manon Lescaut, Elettra, Rigoletto, Traviata. Aveva una grande facilità di apprendere i ruoli in tempi incredibilmente brevi, nel 1907 memorizzò la parte di Aida in meno di 2 giorni, al Metropolitan di interpretare cinque ruoli diversi in 14 giorni. La Easton aveva una voce con un registro molto ampio, lo dimostrano la diversità delle sue interpretazioni, che spaziavano da soprano di coloritura a personaggi wagneriani, molte apprezzate le sue doti recitative, così anche la sua dizione in inglese, francese, tedesco, italiano. Incise per la Brunswick e la Vocalion.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ultima creazione operistica del Grande Maestro fu l’incompiuta Turandot, la prima fu eseguita al Teatro alla Scala di Milano il 25 aprile 1926 sotto la direzione del maestro Arturo Toscanini, interpreti, Turandot il soprano Rosa Raisa, Calaf il tenore Miguel Fleta, Liù, Maria Zamboni. Mi preme scrivere un passaggio particolarmente forte, il direttore Arturo Toscanini, arrestò la rappresentazione a metà del terzo atto, due battute dopo il verso <<Dormi. oblia, Liù, poesia!>> (alla morte di Liù), ovvero dopo l’ultima pagina completata dall’autore, e, secondo alcune testimonianze, si rivolse al pubblico con queste parole: Qui termina la rappresentazione, perchè a questo punto il Maestro è morto. L’interprete di Turandot fu il soprano Rosa Raisa nata il 30 maggio 1893 a Bialystok, m. il 28 settembre 1963 a Los Angeles. “La Raisa è stato uno dei pochissimi soprani del 900 che abbia potuto affrontare il repertorio << Falcon >> e quello drammatico verdiano con la facilità e l’opulenza di mezzi delle cantanti della metà dell’ottocento. Voce quasi fenomenale – almeno nei primi tre lustri di carriera – per limpidezza, estensione, omogeneità, calore di vibrazioni, smaltatura, poteva alternare impeti passionali e squilli adamantini a inflessioni soavissime ed autentici virtuosismi” R. Celletti. Ha cantato nei maggiori teatri del mondo, iniziando dall’Augusteo di Roma, al Regio di Parma nella riesumazione dell’Oberto di Verdi nel 1914, a Parigi, Londra, Buenos Aires, Milano, Roma, Filadelfia, Chicago, Rio de Janeiro. Partecipò alla prima del Nerone di A. Boito al teatro alla Scala di Milano il 1 maggio 1924, con la direzione di A. Toscanini, il quale la volle dirigere anche nella prima di Turandot. “Rosa Raisa è veramente la cantante moderna che potrebbe farci sentire con pari valore la grande aria della Vestale, la cavatina della Norma, quella anche della Seniramide, nonchè l’aria del suicidio nella Gioconda e la romanza di Santuzza nella Cavalleria e ciò in virtù della sua arte e della sua voce bellissima…Occorre quindi un metodo solido e sicuro che offra la resistenza necessaria alla odierna fatica. Rosa Raisa possiede veramente questa complessa resistenza vocale, e ciò vale ad assicurarle la continuità della sua fortunata carriera” Cantanti celebri G. Monaldi. Ebbe in repertorio molte opere, tra le quali Aida, Africana, Ebrea, Ballo in maschera, Turandot, Norma, Don Giovanni (Anna), Trovatore, Gioconda, Falstaff, Chenier, Tosca, Mefistofele, Nerone, (riesumazione di Ugonotti) all’Arena di Verona nel  1933, con un successo storico a fianco del tenore Giacomo Lauri Volpi. Sposò il famoso baritono Giacomo Rimini. Si ritirò dalle scene nel 1937. Incise numerosi dischi 78 giri acustici Vocalion 1920-24, Pathe 1924, elettrici Brunswick dal 1928 al 1930— La parte di Liù fu interpretata dal soprano Maria Zamboni, nata a Ponti sul Mincio il 25 giugno 1891, m. a Peschiera del Garda il 24 marzo 1976. Questa celeberrima artista, ha studiato al R. Conservatorio di Parma ed ha debuttato nel 1921 al Municipale di Piacenza nell’opera Faust. Il suo debutto fu un trionfo, ed in quattro anni trionfi e soddisfazioni a Maria Zamboni non sono mai mancati, anzi è stato un continuo succedersi di entusiasmi dei pubblici. Tutti i più grandi teatri d’Italia se la contengono; Scala di Milano, Costanzi di Roma, Regio di Torino, S. Carlo di Napoli, ecc. All’estero, nell’America del sud quelle folle hanno potuto entusiasmarsi della voce e dell’arte di Maria Zamboni. Straordinari sono i trionfi ottenuti alla Scala, con Boheme, Manon Lescaut, Maestri Cantori, Turandot (Liù), ecc. Fra le opere che ha interpretato sono da annoverarsi, Boheme, Mefistofele, Faust, Otello, Maestri Cantori, Lohengrin, Compagnacci, Walkiria, Manon Lescaut, Manon di Massenet, Piccolo Marat, Orfeo ed Euridice, Turandot (Liù) ecc. Ha partecipato alla prima rappresentazione mondiale de Lo Straniero di I. Pizzetti. Dopo una interpretazione di Mimì nella Boheme alla Scala di Milano, i critici dei giornali milanesi così si esprimevano, Corriere della sera: << Maria Zamboni riescì molto bene quale Mimì. Accade di rado di trovare un organo vocale femminile sì docile, flessibile, e capace di arrotondare la voce conservandole la bellezza del timbro e la sicurezza dell’intonazione. Quest’organo è posseduto dalla Zamboni che se ne vale egregiamente, con intelligenza >> 

 

 

 

 

 

 

il direttore A. Toscanini, arrestò la rappresentazione a metà del terzo atto, due battute dopo il verso << Dormi, oblia, Liù, poesia! >> /alla morte di Liù), ovvero dopo l’ultima pagina completata dall’autore, e secondo alcune testimonianze, si rivolse al pubblico con queste parole: qui termina la rappresentazione, perchè a questo punto il Maestro è morto.

Frammenti di brani operistici del tenore A.PERTILE

Mi permetto di fare ascoltare alcuni frammenti di Aida incisa da A.Pertile nel 1928, soffermandomi su alcuni di questi, nello specifico, sul 3 atto parte finale: le parole “Dell’amor mio dubiti Aida, quanta passione amorosa.

sempre nello stesso atto, le due parole “Odimi Aida”  con quanta intensità scandisce questa frase.

ascoltate il frammento di Radames “Sovra una terra estrania……”L’are de’ nostri Dei !.. l’abbandono che infonde in queste quattro parole, il si be molle sontuoso nella parola “amori”, infine “come scordar potrem ? ” la passione, l’intenzione.

Radames. Ah no! fuggiamo ! (con una VERA appassionata risoluzione) quando canta “al deserto insiem fuggiam; udrete dettagliatamente le quattro parole staccate l’una dall’altra. ripetuta di nuovo nella frase di sei parole “La si schiude un ciel d’amor” in sintonia orchestrale e ovviamente musicale (e quel “brilleranno” nota di color argento puro).

per finire, le parole rivolte a Amonasro:  No!…non è ver!…sogno…delirio è questo… la parola (è questo) la disperazione del tradimento, un’altra perla di questo grande MAESTRO.

TANCREDI PASERO Basso

Tancredi Pasero nasce a Torino l’11 gennaio 1893 muore il 17 febbraio 1983 a Milano. Allievo di A.Pessina, debuttò al Teatro Eretenio di Vicenza il 15 dicembre 1918. Già nei primi anni di carriera Pasero raccolse una lunga collana di trionfi, in Italia al Verdi di Trieste, Chiarella di Torino, Comunale di Bologna, Carcano e dal Verme di Milano, Storchi di Modena, Costanzi di Roma (riconfermato per tre anni di seguito) all’estero grandi trionfi ad Atene, Smirne, Lisbona, Madrid, Malta, Buenos Aires, Rio de Janeiro, San Paulo, Montevideo, Rosario. L’opinione che Pasero è già un grande, benchè giovane artista è radicata nel pubblico e nella critica. A segnare la parabola ascendente di questo mirabile basso, bastano alcuni giudizi della stampa romana. Il Giornale d’Italia: <<Il basso Pasero, con il suo canto ampio, con la sua educazione artistica, con il suo buon gusto, si rivelò cantante di rara sensibilità. Egli fu un grande sacerdote dalla linea solenne, cui accresceva prestigio la voce timbrata e vibrante. Il basso signor Tancredi Pasero che non conoscevamo, ci ha meravigliati per la forma e il timbro della sua voce magnifica ; le sue note aggiustate vibrano terribilmente e sono capaci di sostenere alla base tutte le costruzioni polifoniche corali che a Gaspare Spontini fosse piaciuto di creare. Una lieta rivelazione è stato il basso Tancredi Pasero, per la qualità imponente di voce e vigoria di accenti : egli mi è sembrato il più spontiniano tra gli interpreti di ieri sera. Giornale d’Italia << Ieri sera nel Mefistofele sostenne la parte del protagonista il basso Pasero, il successo gli arrise, fu magnifico. Il Pasero cantò con voce potente, vigoroso accento, squisita intuizione artistica. E’ un Mefistofele che ha spirito e voce di così tipica espressione da assumere una spiccata personalità. Così il Pasero, con questa battaglia entra nel novero degli artisti di eccezione. E il successo è tanto più significativo in quanto egli riprendeva l’ardua parte dopo il basso Nazzareno De Angelis >> Nella sua lunga carriera fu scritturato dai più importanti teatri del mondo Metropolitan, Covent Garden, Colon, S.Carlo di Napoli, l’Opera di Parigi, ovviamente la Scala di Milano per molte stagioni dal 1926 al 1943 in quasi 500 recite. Le opere dove emerse in particolare furono, Norma, Forza del destino, Aida, Sonnambula, Ernani, Faust, Barbiere di Siviglia, Gioconda, S.Boccanegra, Mosè, Ugonotti, L.Miller, Vestale, Don Carlo nel quale monologo di Filippo II inciso nel 1938 grande raffigurazione, in questo sia vocale che psicologico. Nel suo vasto repertorio rientrano Boris, Flauto magico, e alcune opere di Wagner. Numerose sono le sue incisioni, acustiche con la Fonotipia nel 1927, elettriche con la Columbia fino al 1934, successivamente alla Cetra 1937-1939, in ultimo alla HMV dal 1942 al 1947. 

il primo brano che ascolterete, è una incisione del 1938 per la Cetra: dal Don Carlo “Ella giammai m’amò”

il secondo brano: da Ernani “Infelice e tuo credevi” inciso nel 1929

il terzo brano: da La Sonnambula “Vi ravviso o luoghi ameni” inciso nel 1937 

quarto brano: da Boris Godonouf “Possente il mio poter

il quinto brano: da Simon Boccanegra “A te l’estremo addio” incisione del 1944

sesto brano: “L’ultima canzone”  di F.P. Tosti 

 

 

CLAUDIA MUZIO la “ DIVA “

CLAUDIA MUZIO Soprano “LA DIVA”

Foto da (Collezione Privata)

Claudia Muzio nata a Pavia il 7 febb. 1889, m. a Roma 24 mag. 1936. E’ figlia d’arte, come si dice in gergo teatrale, figlia di un ricercatissimo direttore di scena. Cominciò sin da bambina a respirare l’aria del palcoscenico, e penetrò in lei il sentimento e l’amore per l’arte; questo sviluppo artistico, diremo così, precoce, le valse l’ammirazione e i pronostici di un luminoso avvenire artistico quando sI presentò in un concerto all’età di 6 anni.

Claudia Muzio è ancor giovanissima ed è il più bell’esempio di fascino e di seduzione che esercita la divina arte del canto su un’anima ancora infantile la quale repentinamente vede schiudersi davanti orizzonti nuovi, e si sente attratta verso una nuova vita. Questa giovane artista di bellezza così rara e affascinante con due occhioni superbi che quando vi fissano pare vi vogliano leggere fino in fondo a l’anima, è nata a Pavia, ma la sua educazione venne compiuta a Londra. Studiò canto a Torino con la rinomata artista signora Cosaloni e musica col maestro Boninsegna. Venne poi a Milano e continuò a perfezionarsi sotto la guida di quella eccellente maestra di canto che è la signora Elettra Colery-Piviani. Claudia Muzio è entrata trionfalmente nel campo dell’arte lirica, e il suo debutto, con quel capolavoro che è la Manon di Massenet è avvenuto circa un anno e mezzo fa ad Arezzo.

Da allora è stata una gara continua di impresari per scritturarla ed una serie ininterrotta di trionfi autentici. Dopo Arezzo questa eletta cantante è passata a Messina dove ha interpretato la Traviata rendendo l’infelice personaggio di << Violetta >> molto diverso di come siamo abituati a udirlo, e la << Gilda >> nel Rigoletto in modo veramente mirabile. Ma ben altre vittorie l’attendevano; passata nello scorso carnevale a Catanzaro, si produsse con successo incontrastato nella Manon di Puccini, nella Traviata e nella Tosca. Come si vede opere di responsabilità, nelle quali l’eletta artista passava di trionfo in trionfo. Dopo il successo di Catanzaro la vediamo ancora acclamata nella Manon e nella Traviata a Cerignola. Intanto quel solerte ed intelligente impresario che è Oreste Poli preparava la stagione di primavera che quest’anno, sia per la scelta delle opere che per la valentia degli artisti, aveva un importanza speciale. Sentendo parlare così benevolmente di questa giovane artista la volle udire e volle che cantasse la parte di Musetta, parte cui molti danno un’importanza relativa perchè non conoscono ne la tessitura nè quanto è difficile il personaggio da incarnare. E la Muzio accettò sicura e fiduciosa in se stessa di trionfare anche in una parte  che non apparteneva al suo repertorio.

Foto da (Collezione Privata)

Ed il successo le arrise tanto che il Poli la scritturò per il prossimo carnevale in cui l’egregia artista avrà più agio di farsi ammirare e applaudire poichè canterà Faust, Pagliacci e Promessi Sposi, e per conchiudere diciamo ancora che è stata prescelta dall’impresa del Massimo di Palermo e dal giovane musicista prof. Giuseppe Umbe per interpretare  la nuova opera La Baronessa di Carini. I nostri lettori facilmente si convinceranno che Claudia Muzio, dati gli inizi brillantissimi, ha dinanzi a sè assai facile l’ascesa alle più alte vette dell’arte. Non possono essere numerati i teatri dove Claudia Muzio ha fatto rifulgere la sua arte. Tutti i migliori teatri d’Italia e dell’estero se la sono contesa e se la contendono. Nel suo repertorio vi sono completamente tutte le opere adatte al soprano lirico. Claudia Muzio desideratissima ed applauditissima è stata per ben due anni a Chicago, poi a New York, Buenos Aires, S.Francisco, e Los Angeles, inoltre impegnata in una lunga serie di concerti nelle principali città del Nord America.

Un articolo del 20 marzo 1915 sulla Rivista dei Teatri, in riferimento alla Manon Lescaut al Politeama Fiorentino, così commenta il critico Dottor Cirosca: la signora Muzio, oltre ad essere “una bellissima “figura” ha una voce deliziosa, limpida, che fa andare in visibilio il pubblico e che procura a lei applausi a iosa. La Muzio ha dovuto bissare l’aria delle trine morbide. Siamo lieti di riportare i giudizi della stampa milanese su Claudia Muzio, la squisita interprete di Margherita nel Faust e ultimamente di Nedda nei Pagliacci al nostro Dal Verme: Claudia Muzio ritorna alle nostre scene, dopo aver riportato al Teatro V. Emanuele di Torino due veri trionfi nel Rigoletto e nel Trovatore. Corriere della Sera. — Il successo più caloroso fu per la signora Muzio, una Margherita dalla voce bella, estesa e ben educata, dalla figura plastica ed elegante dal giuoco drammatico vario ed espressivo.

Ella ebbe applausi alla frase di sortita nel primo atto, e non cessò poi, durante l’intero spettacolo, d’esser festeggiata dal pubblico. Essa ha già conquistate le simpatie generali, ed è destinata certamente ad essere una delle colonne della stagione. Il Secolo. — La signorina Muzio si è rivelata una cantatrice munita di buona educazione artistica, che può disporre di mezzi vocali assai pregevoli anche se non eccessivamente sviluppati. La figura graziosa del principale personaggio gounodiano, di Margherita, è stata resa da lei, con molto garbo e nell’Aria dei gioielli il suo successo fu pienamente giustificato. La Sera. — Sul palcoscenico, la signorina Muzio dalla elegante e slanciata figura, dai portamenti distinti, si è dimostrata per voce, per il modo di usarne, per espressività, per prestigio scenico, degna degli applausi che la hanno accompagnata durante tutta la rappresentazione. Le parole che possono essere usate per esaltare la bellezza dell’arte e quella fisica di questa splendida artista non sono facilmente trovabili. I giornali parlano di lei: << Claudia Muzio appare sulla scena, sontuosa, bella come una Dea, sfolgorante nella eleganza suprema e nelle sue stupende capacità di interprete. Il saluto che fece il magnifico pubblico vivamente commosso, ma subito Ella si riprese e cantò come lei sa cantare, con quella voce che ogni giorno di più acquista un potere di suono ed in forza di sentimentalità. Quella nobile sentimentalità che rifugge da ogni effetto volgare e che ad ogni frase da una linea che si potrebbe dire classica >> Il Corriere di Milano: << La Traviata sfolgorante della valentìa, della passione dell’eleganza suprema di Claudia Muzio. La figura ? Un quadro anzi quattro quadri stupendi. L’esecuzione della musica e del dramma ? Quanto di più bello, di più vero si può desiderare. Un effetto grande pure di commozione nei dolci canti del secondo atto, nel trasporto amoroso e nelle scene dell’ultimo atto culminanti colla morte. E l’aria della cabaletta dell’atto primo ? Uno scoglio che la sua bravura cangia in trionfo…..il Brasile sta ora tributandole onori come una regina della scena, come ad artista di cui rimarrà  lunga memoria se le circostanze non dovessero più condurla su quelle scene >> Claudia Muzio è stata una regina veramente dell’arte lirica che ha saputo tenere alto l’onore della grande arte Italiana.

Foto da (Collezione Privata)

In ultimo va ricordata tra le sue interpretazioni fondamentali, la prima di Cecilia di L. Refice (1934). Claudia Muzio e Enrico Caruso formarono la coppia ideale; perciò nei cinque ultimi anni in cui Caruso cantò al Metropolitan ella fu virtualmente la sua primadonna partendo con il suo debutto in Tosca. Considerata nel suo genere, come il soprano italiano di maggior spicco apparso dopo la Storchio, la Muzio raggiunse intorno al 1925 una fama ratificata dall’assenso incondizionato della critica e del pubblico di tutto il mondo. La sua voce di soprano lirico-drammatico, sia sul palcoscenico come nelle riproduzioni fonografiche, suggeriva e descriveva passione, intensità, sincerità e pathos, proiettando scrupolosamente la sua vera immagine di donna, che sulla scena interpretò tutta la gamma delle infelici eroine. Incise oltre 100 brani, con HMV acustici, Edison H&D acustici, Pathe, Columbia elettrici, Pathe Actuelle (a punta d’acciaio). Ascolterete alcune sue incisioni:

la prima: da Loreley “Dove son” incisa nel 1914

  secondo brano: da Bianca e Fernando “Sorgi o padre” incisa nel 1914. Questa esecuzione ritengo sia un trattato di canto, la dolcezza che Bellini impone, il fraseggiare, e il legato magistralmente eseguito.

terzo brano: Wally “Ebbene ne andrò lontana” incisa nel 1914

quarto brano: Aida “O Patria mia” incisa nel 1927

quinto brano: Cavalleria Rusticana “Voi lo sapete” incisa nel 1935

sesto brano: La Boheme “Donde lieta uscì” incisa nel 1935

settimo brano: La Traviata “Addio del passato” incisa nel 1935

Con questi sette brani si chiude un piccolo ascolto di questo grandioso soprano, tenendo presente l’inizio delle sue registrazioni risalente al 1914, per poi ascoltare altri due brani del 1927, per chiudere le ultime tre, incise nel 1935 con un particolare, nell’ultima romanza “Addio del passato” l’artista nonostante il suo stato di salute, riesce a comunicare una emozione incredibile di pura poesia interpretativa.

Foto da (Collezione Privata)

 

BENIAMINO GIGLI “La leggenda”

Peripezie preaccademiche. Nel 1907 dietro consiglio del maestro di musica del duomo di Loreto, sig. Enrico Lazzarini, che aveva riscontrato nel giovinetto doti e capacità musicali non comuni, Beniamino Gigli si reca a Roma dove riesce a entrare come commesso di una farmacia. Più tardi trova posto come cameriere presso una famiglia dell’aristocrazia romana. In seguito ancora impara il mestiere di fotografo, riesce come tale ad entrare presso il Ministero della Pubblica Istruzione finchè non comincia a lavorare in proprio imparando nel frattempo varii mestieri più convenienti. Viene l’età della leva, e Gigli entra, come semplice fante, nella Caserma dell’82. Regg. Fanteria. Prima di andare militare il giovane Beniamino riesce ancora a prendere delle lezioni di canto dalla sua prima maestra signora Bonucci, e continua a tenersi in contatto di studio, per quanto glielo consente il servizio militare. Gigli benefattore. Durante il periodo bellico egli si rese ugualmente utile e benemerito della Patria e del popolo italiano, dando più di 50 concerti ” Da LO SPUNTO del febbraio 1933 a firma Dott. B.

Beniamino Gigli nato a Recanati il 20 marzo1890 m. a Roma il 30 novembre 1957. Scrivere un articolo su una “leggenda” dell’arte operistica” è molto articolato e complesso. Gigli è stato il tenore per antonomasia, capace di cantare per oltre 40 anni senza mai perdere la freschezza del suono e la sua morbidezza “stupefacente”, è il tenore che ha cantato come nessun altro. Da una mia ricerca minuziosa, le sue interpretazioni sono: 1600 recite di opere liriche; 1700 concerti dei quali molti per beneficenza, dove, in ognuno di questi, interpretava non meno di 20 tra romanze, arie classiche e canzoni; ha interpretato numerosi film; ha inciso su dischi 78 giri circa 400 brani operistici e canzoni; nel 1915 da maggio ad agosto altri concerti per le truppe. Era solito dopo la fine della rappresentazione, cantare alcune arie con il pianoforte sul palcoscenico, magari dopo avere bissato una o più romanze durante la recita. Quando venne a Viareggio nel 1930 al teatro Eden per un concerto, prima dell’ingresso si formò una calca impressionante, per cui fu necessaria la forza pubblica. È il tenore che ha cantato nei teatri più importanti al mondo, per la precisione 228 all’estero e 114 in città italiane, in molte delle quali fu presente in moltissime stagioni, lo stesso vale a dire nei teatri di secondo ordine e piccole cittadine, tramite il famoso Carro di Tespi. Durante una Carmen negli anni 20, al Teatro Metropolitan di New York, dopo la fine della romanza del fiore, e un applauso senza fine, dalla prima fila un signore gli consegnò una statuetta d’oro. Nel 1951 a Rio de Janeiro, in tante strade erano presenti sui manifesti le opere in programma con gli interpreti: il nome di Giuseppe di Stefano veniva prima del suo. Pippo andò a trovarlo per scusarsi di questo ‘sgarbo’ al Grande Maestro, ma Gigli gli rispose: “caro, “giudicherà il pubblico. Celletti nella sua opera critica sui i cantanti lirici di lui scrive che la voce di Beniamino Gigli è stata una di quelle che, dall’inizio del romanticismo ad oggi, hanno dato luogo al mito, e al culto, del tenore italiano: perfetta omogeneità di registri, smalto limpidissimo, timbro delicato e dolcissimo, ma anche pieno, pastoso, intenso, sonoro. Per quel che concerne, poi, la sicurezza dell’emissione, la flessibilità e la resistenza della gola, si può senz’altro parlare di facoltà naturali ABNORMI, affinate e potenziate da una tecnica eccellente. All’idolatria di cui fu oggetto in Germania, alla sua partecipazione a film italo-tedeschi e, infine, alle numerose recite date all’Opera di Roma durante l’occupazione nazista della città, si diede un’interpretazione politica che all’arrivo delle truppe inglesi e americane provocò manifestazioni a lui ostili, soprattutto dagli italiani. Si ritirò quindi momentaneamente dalle scene, ma dal marzo 1945 ricomparve al teatro dell’Opera di Roma in Tosca e Forza del destino, poi il Covent Garden, la Scala, il Colon, in una forma strepitosa. Quando morì nel 1957, solo l’Ambasciata Francese mise la bandiera a mezz’asta. In ultimo, dalle numerose incisione per la HMV-Victor, ho scelto 4 brani, e 2 registrazioni dal vivo da Rio de Janeiro nel 1951:. Il primo brano per la HMV :

da Loreley di Catalani “Nel verde maggio”  incisione febbraio 1923

il secondo: da l’Africana di Meyerbeer “Mi batte il cor..O Paradiso”  incisione 27-12-1928 

Un brano difficilissimo, che Gigli riesce a dominare in assoluto, già nella “O” di “O Paradiso” nonostante la difficoltà, lo rende incredibilmente facile, di seguito “dall’onde uscito”  morbidezza, facilità di emissione, nella successiva “fiorente suol” un legato da urlo, il colore della voce sublime, nel “tu m’appartieni”  quel “tu” infinito ! di rara bellezza, continua con passaggi perfetti, fiati incredibili, e quella dizione perfettamente scolpita.

         

il terzo: da I Pescatori di perle di Bizet “Mi par d’udir ancor”  incisione 18-12-1929 nonostante altri straordinari tenori abbiano lasciato incisioni superlative, questa raggiunge un livello assolutamente inarrivabile per interpretazione, intenzione, tecnica, canto a fior di labbra, un soffio celestiale di note magistralmente scolpite.

il quarto: da La Gioconda di Ponchielli “Cielo e mar”  incisione 18-12-1929

1951 Rio de Janeiro registrazione dal vivo, l’inarrivabile artista, canta da La Forza del Destino “O tu che in seno”

sempre Rio de Janeiro 1951 da M. Lescaut “Guardate pazzo son”  pensate, questo TENORE era ultrasessantenne.

nel suo studio il meritato riposo del grande MAESTRO 1956.