Roma 17 novembre 1881 – Roma 16 dicembre 1962. Debutta il 4 maggio 1903 all’Aquila nella Linda di Chamounix. Continua la sua carriera in teatri secondari e di provincia e successivamente, nel 1904, al teatro Quirino di Roma canta nella Favorita, Ernani, Barbiere di Siviglia e Norma. Scritturato dal teatro Lirico di Milano nel 1905 per la Gioconda, suscitò particolare interesse da parte degl’impresari che lo impegnarono per una tournée in Olanda l’anno dopo. Al ritorno il 15 gennaio 1907 debuttò alla Scala di Milano in Gioconda e dopo pochi giorni, sotto la direzione di Toscanini, nel Tristano ebbe un caloroso successo, ripetuto successivamente nel 1909 nei Vespri Siciliani. Nel 1911 comparve per la prima volta al teatro Colon di Buenos Aires nel Mefistofele e nel Don Carlo, riscuotendo un grande successo di critica e di pubblico. Partecipò a varie prime esecuzioni assolute e a riesumazioni importanti: Medea di Cherubini alla Scala nel dicembre del 1909, e Mose’ di Rossini al Teatro Quirino di Roma nel 1915, cantò per ben 18 stagioni al Teatro alla Scala di Milano con un repertorio di 38 opere. Negli anni del crepuscolo seppe interpretare magnificamente Fieschi nel Simon Boccanegra (Teatro alla Scala nel 1933). Chiuse la sua straordinaria carriera nel 1939 in piena efficienza con una recita di Mefistofele alle Terme di Caracalla. Tramontati i Navarini, gli Arimondi, solo Chaliapin concorreva con lui, ma su un piano diverso, considerato un fenomeno a se. In quel periodo De Angelis fu considerato il più giovane e dotato dei primi bassi in circolazione, in cui spiccavano Didur e Gaudio. La differenza stava nel fatto che mentre loro cantavano il repertorio tradizionale De Angelis, invece s’inseriva autorevolmente nel repertorio Wagneriano (Valchiria, Parsifal in particolare). Di notevole interesse le 987 recite di Mefistofele, la cui interpretazione divenne una pietra miliare. Alle doti vocali di prim’ordine si aggiungeva l’accento vigoroso, la dizione nitida e colorita, l’armoniosa prestanza dell’attore. Così lo ritrasse Barilli nel 1926. N.D, la cui voce tempestosa e tonante sembra un afflato voluminoso che esca dalle fauci di un mascherone greco, col suo primo entrare non ha più riposo e non può contenere l’ardore del suo superbo e cruento temperamento: simile a un lussurioso, il suo proprio sangue lo tormenta; egli freme e sussulta repentino, leone che si sferza i fianchi con la coda, e dai suoi grandi polmoni di bronzo lancia su le platee, con un colpo di spalla, note su note, roulantes, massiccie e luminose come bolidi incandescenti. “E.Gara”. De Angelis incise moltissimi dischi, sia acustici con la Fonotipia 1905 -1909, sia incisioni elettriche Columbia 1929-1937, di cui sotto ascolterete:
il primo brano: dal Mosè di Rossini “Eterno, immenso, incomprensibil Dio !

Per scrivere la storia dell’uomo e dell’artista, occorrerebbero molte molte pagine, mi limiterò ad uno scritto conciso per poter proseguire la rubrica con un metodo paritario. Nato a Pisa il 9 giugno 1877, m. a Firenze il 6 luglio 1953. Studiò privatamente con S. Sparapani, successivamente a Milano con il baritono L. Casini. Debuttò con successo al Costanzi di Roma nel 1898 in Lohengrin (l’Araldo).
Nonostante la concorrenza di baritoni di grande fama, nel 1899 al teatro Carlo Felice di Genova interpretò Traviata e Rigoletto, al Regio di Parma Trovatore, proseguendo nel 1900 a Santiago i debutti de l’Africana e Otello, nel 1902 all’Opera di Buenos Aires ebbe uno straordinario successo nello Zazà di Leoncavallo, l’anno dopo al Covent Garden cantò Il Barbiere e Lucia (rompendo il contratto con la Melba). Debutta alla Scala con Rigoletto, Germania, e Griselda di Massenet, riscuotendo un positivo successo. Ma nel 1904 al Teatro Lirico di Milano la sua celebrità fu trionfale nello Zazà, da questo arrivò la scrittura dal Conservatorio di Pietroburgo con la Linda di Chamounix.
Nel 1907 al San Carlo di Lisbona, affrontò per la prima volta l’Amleto di Thomas, che divenne una delle opere preferite, altri importanti teatri lo videro protagonista, in Spagna, a Montecarlo, in Sudamerica, a Chicago, quì nel 1920 interpretò la prima di Edipo re di Leoncavallo. Dal 1921 al 1929 fu al Metropolitan di New York, ed altri importanti teatri del nord america, negli stessi anni anche a Buenos Aires, dove nel 1931 ebbero luogo le sue ultime apparizioni in teatro, con Amleto e Tosca. Per ragioni politiche dopo l’avvento del fascismo, fu assente dai palcoscenici italiani (era cognato di G. Matteotti). Ritiratosi dalle scene, si stabilì a Firenze. Nella sua lunga carriera artistica, ebbe in repertorio 55 opere, 15 studiate ma non rappresentate. L’interprete, benché non ignaro del gioco dei chiaroscuri e delle sfumature, predilesse le tinte forti e accese, il linguaggio incisivo e mordente, lo slancio, l’esuberanza, l’aggressività, ponendo fine, a quella tendenza ad ammorbidire e ingentilire i personaggi che fu propria dei baritoni della “belle époque”
E. Gara. In uno scritto di G.Lauri Volpi queste parole: basta udirlo nel Monologo dell’Amleto, dove non soltanto sfoggia note superbe, ma sa scavare nella profondità dello spirito, declamando “La vita è breve ! La morte vien !…un’altro passo dello scritto; eseguimmo insieme “Chenier” con il complesso del Metropolitan a Filadelfia il 14-12-1926, quella incisività verbale, tutta toscana, con quell’empio respiro avvolgente, nel modulare: “fare del mondo un panteon…” egli trascinò il pubblico all’apice dell’entusiasmo. Un “Gerard” indimenticabile ! gli dissi in treno, nel tornare a New York. Infine i grandi musicisti, Puccini, Giordano, Cilea, Leoncavallo, Massenet, Franchetti, scrissero nei suoi confronti attestati di stima e ammirazione.
Incise numerosi dischi 78 giri, cilindri Pathé, acustici H.M.V, Victor, elettrici Victor. Sotto ascolterete tre brani da incisioni acustiche, e una registrazione dove scherza con la voce di Chaliapin.

Domenico Viglione Borghese uno dei massimi esponenti della corda baritonale del ventesimo secolo, nato a Mondovì il 3 luglio 1877, m. a Milano il 26 ottobre 1957. Si dedicò presto al canto, si trasferì a Pesaro per studiare al liceo musicale sotto la guida di L.Leonese. Il suo debutto avviene a Lodi nel dicembre del 1899 quale Araldo nel Lohengrin, successivamente si produsse in vari teatri secondari. Insoddisfatto delle condizioni in cui si svolgeva la sua carriera, decise di migrare negli Stati Uniti dove esercitò vari mestieri e attività commerciali. Sentito casualmente da Caruso, ne fu indotto a riprendere la carriera teatrale, nel 1905 cantò in varie località del Messico con la compagnia diretta da Luisa Tetrazzini, poi in tutto il Sudamerica con la compagnia Scognamiglio. Dopo calorosi successi in vari teatri argentini, spagnoli, italiani, in Rigoletto, Trovatore, Wally, Gioconda, Pagliacci, Otello, Tosca, il 27 gennaio 1907 al Teatro Regio di Parma ottiene un clamoroso successo nell’Aida. Nel 1910 fu al teatro Costanzi di Roma per la prima di Maja di Leoncavallo, e subito dopo esordì alla Scala in Rhea di Samara, e Africana.
Nel 1910 al teatro Grande di Brescia cantò per la prima volta Fanciulla del West, l’opera che contribuì maggiormente alla sua celebrità, della quale si esibì in numerosi teatri, San Carlo di Napoli, l’Opera di Parigi 1912, Liceo di Barcellona 1915, il Regio di Torino 1924, la Scala 1930, l’Opera di Roma 1940.
Ebbe voce di grande volume e risonanza, facile e limpida nell’emissione, estesa e omogenea in ogni registro: fra le più belle insomma della sua epoca, pur ricca di baritoni d’altissimo rango. E.Gara nel necrologio (Europeo ottobre 1957) “adatta a esprimere soprattutto l’odio, il furore, la sete di vendetta, tutto ciò che è scritto nelle sacre tavole della religione dei baritoni. Ma fu anche un attore gagliardo e pittoresco, un dicitore di rara scioltezza d’accento. Jago, Barnaba, Amonasro sono ancora vivi, nel ricordo di molti, attraverso quel suono e quella parola”. A sé, Rance della Fanciulla del West , un personaggio vivo, pittoresco, violento, ma anche patetico; aspro, ma con una carica di simpatia umana: il “principe degli sceriffi” secondo una definizione di Puccini. A Viareggio nel settembre del 1923 interpretò lo “sceriffo” nella Fanciulla al Teatro Politeama. Nell’agosto 1928 allo stadio, fu Amonasro nell’Aida diretta da P.Mascagni, con i complessi dell’Arena di Verona e del teatro alla Scala di Milano. Le sue incisioni sono acustiche per la Fonotipia 1910-1914, elettriche per la Polydor. 
“All’Artista mirabile, al Cantante impeccabile, all’interprete fedele di svariate opere. Mai abbastanza lodato..” questa è la dedica di Arturo Toscanini, al suo tenore prediletto. Nato a Montagnana il 9 novembre 1885, m. a Milano l’11 gennaio 1952. Nel 1906 intraprese lo studio del canto regolare a Padova sotto la guida di V.Orefice. Nel febbraio del 1911 debutta a Vicenza nella Marta, si perfezionò a Milano con Bavagnoli, infine quando era già in carriera nei periodi liberi fece altri studi alla scuola di A.Fugazzola, fino al 1913. Il 13 maggio del 1911 al teatro Dal Verme di Milano ebbe luogo la prima in Italia dell’opera Quo Vadis di Nouguès, la sua interpretazione di Vinicio colpì i critici dal suo fraseggio suasivo e dall’elegante stilizzazione del personaggio. Nello stesso teatro nel 1912 affrontò Pagliacci e Chenier, nel 1913 andò per la prima volta in Cile e in Argentina. Seguirono scritture al Massimo di Palermo al S.Carlo di Napoli, nel 1915 al Regio di Torino e al Costanzi di Roma. I suoi successi proseguirono, nel 1917 a Genova con la Rondine, al Colon di Buenos Aires con il Ballo in Maschera, nel 1920 all’Arena di Verona con il Mefistofele. Nonostante i grandi successi, le sue prestazioni artistiche migliori si registreranno nei primi 5 anni al Teatro alla Scala, sotto la direzione di A.Toscanini, in questo teatro cantò ininterrottamente fino al 1935 con entusiastici successi in 35 opere diverse di repertorio. C.Gatti critico dell’Illustrazione italiana scriveva questo significante commento, ” I recitativi, le arie, i pezzi concertati di Lucia ritrovarono nella sua interpretazione una luce, un calore che avevamo quasi dimenticato” — A.Della Corte dopo un Trovatore a Torino del 1926 : Ricordo che Tullio Serafin mi faceva notare come Pertile si faccia, in un certo senso, una voce speciale per ciascuna opera. Il che vuol dire, che restando naturalmente immutato il timbro, passa nella sua voce un che di specifico, secondo le caratteristiche di ogni singola musica; vuol dire che egli si controlla, sente ciò che dice, sicchè l’espressione vocale è riflesso della interna concentrazione. Inoltre è studiosissimo della pronuncia chiara, e del melodizzare e del drammatizzare e dell’accentare. CHE PIU’ ? Infine Pertile ha inciso una immensa discografia, dal periodo acustico Pathe, Fonotipia, Pathè – Actuelle (a punta acciaio), Columbia, poi le incisioni elettriche sempre con la Fonotipia, la Columbia, la HMV, la Telefunken. Per terminare ascolterete tre brani: